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3:26 pm - venerdì Agosto 23, 2019

Sfruttamento minorile, perché accade anche in Italia

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Privati del loro diritto all’infanzia, costretti a lavorare anche in condizioni che il loro corpo, in piena fase di crescita,

non permetterebbe: una situazione grave quella dello sfruttamento minorile, che accomuna milioni di bambini e adolescenti in tutto il mondo e che costringe a un’analisi del fenomeno da non circoscrivere alla sola occasione della Giornata mondiale a tema. Il lavoro minorile, nelle sue varie forme di sfruttamento, rappresenta un’urgenza con la quale fare quotidianamente i conti, sia per la sua incidenza sul percorso di crescita dei minori, sia per la sua connessione a realtà di forte disagio socio-economico, senza dimenticare l’esposizione al rischio di ulteriore sfruttamento da parte della criminalità. Un quadro di estrema gravità che, come spiegato a In Terris da Raffaela Milano, direttrice dei Programmi in Italia ed Europa di Save the Children, coinvolge anche l’Italia, in misura molto più frequente di quanto si pensi.

Dott.ssa Milano, StC ha recentemente fornito dati inquietanti sullo sfruttamento del lavoro minorile: 152 milioni, fra bambini e bambine, privati dell’infanzia per lavorare in luoghi e contesti anche di serio pericolo. Numeri allarmanti dai quali, stando al rapporto, il nostro Paese non è esente…
“L’Italia non è immune dalla piaga del lavoro minorile. Nel nostro Paese, questo ‘lavoro’ può essere considerato l’altra faccia della dispersione scolastica. Ci sono molti ragazzi e ragazze, minori di 16 anni, che entrano nel mondo del lavoro in modo irregolare, senza la possibilità di accedere a un percorso di vero e proprio apprendistato ma in condizioni di sfruttamento. Non abbiamo purtroppo, nel nostro Paese, un monitoraggio specifico di queste situazioni. Abbiamo i rilievi che vengono dall’Ispettorato del lavoro: negli ultimi due anni sono stati accertati 480 casi di illeciti riguardanti l’impiego di bambini e adolescenti all’interno di attività lavorative. Tuttavia, qualche anno fa noi abbiamo condotto un’attività di ricerca sul campo dalla quale sono emersi dei numeri molto più ampi: 260 mila minori fra i 7 e i 15 anni coinvolti in attività lavorative, tra questi oltre 30 mila in attività particolarmente faticose e pericolose e, quindi, del tutto inadatte per ragazzi e ragazze che sono in una fase di crescita. Quindi anche il nostro Paese non può chiudere gli occhi davanti a questa realtà e, come Save the Children, chiediamo un piano di azione drastico verso questo tipo di sfruttamento”.

Al momento non vi è, dunque, una specifica strategia di contrasto a questo fenomeno?
“Quello che sappiamo è che, in realtà, ci sono le attività ordinarie di controllo, che hanno rilevato queste situazioni. Ma è troppo poco, avremmo bisogno di un intervento a più livelli, innanzitutto per prevenire la dispersione scolastica. In secondo luogo, anche per andare a sostenere quelle situazioni di povertà estrema o assoluta che talvolta spingono anche i ragazzi più piccoli delle famiglie a dover contribuire in qualche modo al reddito familiare, con attività ad esempio nei bar e negli autolavaggi. E poi avere anche una rete di controlli molto rigida che sia mirata a rilevare i casi in cui i minori vengono impiegati in queste attività lavorative. Sono minori italiani sia stranieri, ad esempio quelli non accompagnati che, in alcuni casi, sono arrivati in Europa contraendo un debito con le loro famiglie e che, in sostanza, devono immediatamente trovare dei fondi da mandare a casa. Per questo sono ancora più esposti a qualsiasi tipo di sfruttamento”.

Individuati i casi, si lavora sulle tutele: in che modo si articola l’intervento di StC?
“Interveniamo in due modi, innanzitutto nell’ambito della prevenzione: siamo attivi all’interno delle scuole con un programma, ‘Fuoriclasse’, volto a prevenire la dispersione scolastica e durante il quale abbiamo sperimentato percorsi di apprendistato e formazione professionale per i minori più esposti al rischio di entrare nei circuiti di sfruttamento. Quando si è conclusa la scuola secondaria di primo grado, garantire ai ragazzi delle borse di sostegno per inserirsi in un percorso di studio regolare anche negli istituti professionali per avere quindi un accesso pulito al mondo del lavoro. Siamo inoltre attivi nelle periferie, o comunque nelle zone più povere, con supporto anche materiale alle famiglie, sempre con l’obiettivo di evitare che i minori possano individuare questa come l’unica strada per andare incontro a bisogni di carattere primario. Ci rendiamo conto però, noi come tante altre organizzazioni che si muovono su questo fronte, che è necessario un intervento da parte delle istituzioni che sia mirato, anche per far rilevare il fenomeno. Noi, assieme all’associazione ‘Bruno Trentin’, abbiamo fatto nel 2013 questo lavoro di ricerca autofinanziato su tutta Italia ma, a oggi, non c’è un rilevamento mirato che vada a verificare in quali aree del Paese e in quali settori il lavoro minorile venga sfruttato”.

Non è quindi possibile inquadrare alcuni contesti sociali o geografici nei quali il fenomeno è più radicato?
“E’ difficile dirlo, perché quello che emerge è solo la punta dell’iceberg. E’ chiaro che, essendo un fenomeno illegale, è per sua natura sommerso. Dall’osservazione sul campo, però, non è difficile vedere le presenze di questi minori che lavorano sul territorio. Poi, se si fa il raffronto con i minori dispersi, ovvero quelli che non proseguono gli studi, ci si rende conto che c’è una coincidenza”.

Abbiamo parlato di interventi nelle periferie o, comunque, in situazioni di forte difficoltà: analizzando contesti di questo tipo, le maggiori condizioni restano circoscritte all’ambito familiare o vi è un’esposizione al rischio di infiltrazioni e, quindi, di coinvolgimento con la criminalità?
“Questo è un punto importante: abbiamo fatto anche una ricerca specifica sui minori nel circuito penale. Siamo andati cioè a intrattenere dei colloqui con i ragazzi che sono all’interno degli istituti penali minorili per ricostruire la loro biografia e abbiamo visto un’altissima incidenza nella loro storia di vicende di lavoro minorile. Ovvero, prima di entrare nei circuiti della criminalità, hanno tutti avuto un trascorso di lavoro sfruttato. Una situazione che, a ben vedere, non è difficile da comprendere perché se per spostare le cassette di frutta in maniera del tutto sfruttata si prendono pochi euro, e ci si ritrova una proposta di guadagnare cento volte tanto per una notte di vedetta in una piazza di spaccio, diventa forte la tentazione di passare da un lavoro sfruttato a un lavoro anche di coinvolgimento nelle reti della criminalità. Un fattore, questo, da tenere in seria considerazione: il rischio, peraltro molto facile da correre, di passare da una condizione di lavoro non regolare, a una di inserimento nei circuiti criminali”.

Ragazzi sui quali andrà fatto un percorso di recupero innanzitutto umano…
“Assolutamente sì. Si tratta infatti di ragazzi che, per la maggior parte, non hanno mai conosciuto un’attività lavorativa regolare né, tantomeno, una condizione dignitosa”.

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