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9:43 am - mercoledì Agosto 21, 2019

Pinza lasciata nell’addome, la mamma: «Voglio sapere com’è morto mio figlio»

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«Mio figlio me l’hanno assassinato. Voglio sapere da cosa è morto. Ho 82 anni e ho paura di morire prima che gli sia resa giustizia».

È un appello accorato. È una madre, Carla Meli, che parla a cuore aperto e ripercorre un lungo calvario. L’odissea di un figlio morto a 57 anni dopo mesi, anni di atroci sofferenze per colpa della malasanità. Di un pinza di Kocer, lunga diciotto centimetri che per sessanta giorni (da fine ottobre all’inizio di dicembre) era rimasta nella sua pancia, a seguito di un banale intervento chirurgico eseguito nell’ospedale di Carrara. Da qui era cominciato un andirivieni per reparti, e altre due operazioni.

Dopo due anni Stefano Miniati è morto, il 21 giugno scorso, all’ospedale di Cisanello. Per la sua morte l’avvocato Leonardo Angiolini e con lui il collega Roberto Margara, che rappresentano la madre e una sorella di Miniati, hanno presenta denuncia per omicidio colposo. E depositato l’atto alla procura apuana – la pinza è stata dimenticata durante un intervento al monoblocco di Carrara – e a Pisa perché è lì che è avvenuto il decesso. Per l’altra vicenda, quella della pinza nell’addome che lo stesso Miniati aveva inoltrato sono sotto processo i medici, e la prossima udienza è fissata per il 4 aprile). Nel frattempo c’è solo la disperazione di una donna di 82 anni che vuol sapere perchè ha perso il figlio. «Chi è madre può capirmi, lo so, lo sento. Ho visto mio figlio in preda a dolori lancinanti. L’ho visto chiedere aiuto, venire a bussare alla porta della mia camera piegato in due dal male. E l’ho visto stare così troppe volte – racconta la signora Carla, e lo fa piangendo – Tutto è cominciato con il primo intervento all’intestino, a fine ottobre del 2014. Io e una delle mie due figlie eravamo fuori dalla sala operatoria quando vennero i medici a dire che era andato tutto bene. Quando Stefano è tornato a casa è venuto a stare da me, avevo perso mio marito, lui era venuto per farmi compagnia. Ma ha cominciato a stare male: non riusciva a rimanere seduto, i dolori lo facevano impazzire. Era sempre in movimento, andava a lavorare a piedi, non voleva fermarsi perché cominciavano i dolori. Dopo due mesi in questo stato è tornato all’ospedale di Carrara: e qui gli hanno finalmente fatto una radiografia. Stefano mi raccontò che durante l’esame gli dissero: signor Miniati, tolga le forbici dalla tasca. Ma mio figlio non aveva nulla nel giubbotto, quella era la pinza di 18 centimetri che era rimasta nella sua pancia e che gli aveva procurato atroci sofferenze». Da qui comincia il nuovo calvario: e un altro intervento, eseguito sempre a Carrara, per rimuovere lo strumento.

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