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7:03 am - domenica Agosto 25, 2019

Perché non siamo un paese per startupper

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I problemi e i ritardi con cui si deve scontrare un giovane imprenditore che si cimenta con il mondo delle start up
WILLIAM VALENTINI

Per quanto l’Italia sconti un ritardo tecnologico rispetto a molti paesi europei, nel nostro paese il settore delle Start Up, è in grande crescita. Quest’anno, infatti, si è raggiunto il numero di 10mila micro aziende. Come riporta il sito del quotidiano economico Il Sole 24 ore, le Regioni più feritili per la nascita delle Start Up sono la Lombardia con 2525 imprese innovative, poi il Lazio con 1.116, seguite da Emilia Romagna (888) e Campania (783). Per capire qual è la situazione per un giovane che volesse aprire una azienda di questo tipo, In Terris ha intervistato Tiziano Schiappa, un giovane startupper e fondatore di un sito che permette ai clienti di fare un’offerta libera agli albergatori, che possono accettare o rifiutare in tempo reale. Un’idea che riscuote molti elogi nel settore, ma che, tuttavia, fatica ancora ad imporsi sul mercato nazionale.

Il nostro è un paese per startupper?
“No, l’Italia non è un paese per le start up. Siamo il paese delle proiezioni, poi quando si devono dare strumenti o ammortizzatori sociali agli imprenditori, inizia lo scarica-barile tra enti, istituzioni e incubatori. Una realtà da vorrei ma non posso. Tantissimi di noi sono dovuti andare all’estero per veder partire la loro idea. Qui da noi non riuscivano a muoversi, prendevano solo schiaffi. Adesso ricevono tantissimi complimenti, ma quando bisognava aiutarli dove stavano le istituzioni?”.

Cosa intendi per ammortizzatori sociali per imprenditori?
“Nessuno ti aiuta fornendoti strumenti e leve materiali e tangibili per aiutare i giovani imprenditori. Si fanno convegni, si parla di start up ovunque, ma la verità è che c’è pochissimo di concreto. Anche quando l’idea è valida non c’è nulla in grado di sostenerti. L’unico aiuto è rappresentato dalle banche e dai fondi del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, che tuttavia forniscono credito con scadenze di 8, 10 mesi al massimo. L’unico strumento che abbiamo a disposizione è Invitalia, un ente sotto il controllo del Mise che eroga dei finanziamenti con tempi di rientro abbastanza elastici. Tutto il resto non è alla portata degli startupper. Il problema è a monte: se non interviene il Ministero sulla questione, l’imprenditoria giovanile non potrà mai fiorire”.

Ci fai un esempio?
“Una volta chiesi ad una banca un finanziamento e loro mi proposero un piano di rientro ad otto mesi. Come si fa a lavorare così? Ma fosse solo questo il problema…”.

Che altro vi rallenta?
“C’è una certa difficoltà a fare impresa in Italia. Faccio un esempio: anche se non fatturi, ogni tre mesi arriva l’Inps che ti chiede 1000 euro. Un imprenditore in difficoltà ha problemi a reperire una cifra del genere, immagina una start up”.

Perché le stesse aziende che non riescono a spiccare il volo in Italia trovano grandi risultati all’estero?
“Lasciando perdere i paesi del nord, come Olanda e Gran Bretagna, anche la Spagna ha qualche strumento di tutela per i giovani imprenditori. In questi paesi il tasso di fallimento delle stat up è bassissimo: su 10 microaziende che partono, ne falliscono solo 2. Qui da noi su 10 ne falliscono 8 e di queste due soltanto una sopravvive, a causa dei pochi aiuti disponibili”.

Qual è stata la tua esperienza?
“La mia azienda, Mytakeit, è nata nel 2016 e operiamo nel settore dei servizi. Siamo un’agenzia di viaggi on line che ribalta il mercato. L’utente entra, fa un’offerta, noi in tempo reale rintracciamo gli alberghi disponibili per quell’offerta e facciamo la prenotazione. Il progetto ha sempre ricevuto grandi apprezzamenti, sia da chi usufruiva del servizio, sia dagli addetti ai lavori. Però quando ci candidavamo per ottenere dei fondi venivano sempre selezionati progetti meno ambiziosi e dalla remunerazione immediata. Insomma, c’è pochissimo spazio per chi ha il desiderio di innovare”.

Che difficoltà avete incontrato?
“All’inizio abbiamo avuto problemi con le organizzazioni di categoria italiane, come Federalberghi e Confindustria. Mentre le nostre proposte venivano accettate con entusiasmo dalle più grandi catene di alberghi internazionali. Per un anno e mezzo non siamo riusciti a sbloccare la situazione. Poi per fortuna tutto è andato a posto”.

Queste resistenze però rallentano lo sviluppo di un’impresa…
In Italia c’è la fuga dei cervelli anche tra gli imprenditori. Molte start up del nostro paese hanno trovato il successo solo fuori dai confini.

Di chi è la colpa, secondo te?
“A noi manca una classe imprenditoriale disposta a investire in questi progetti, anche assumendosi dei rischi. I pochi imprenditori disponibili aspettano sempre che il progetto si consolidi prima di spendere”.

Il governo fa abbastanza per voi?
“È passato un emendamento nella legge di Bilancio che istituisce un fondo apposito. Ora, questa cosa è stata molto apprezzata nel nostro mondo. Tuttavia, ancora non è chiaro come si riuscirà a prendere questi fondi e a chi chiederli. Mi sembra una situazione un po’ raffazzonata, ancora poco chiara. Però aspettiamo con grande fiducia”.

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