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5:06 pm - domenica Luglio 21, 2019

Perché il salario minimo non conviene ai lavoratori

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La crescita dei salari nel nostro Paese passa per la corretta applicazione ed estensione dei contratti leader:

la via non può e non deve essere quella di una prescrizione legislativa secca sulla paga oraria, che rischia non solo di non risolvere il problema, ma anche di indebolire le tutele di milioni di lavoratori. L’introduzione di un minimo salariale per legge deperirebbe infatti il valore reale delle retribuzioni, toglierebbe tutele ai lavoratori in merito a Tredicesima e Quattrodicesima, TFR, ferie, previdenza e sanità integrativa, maggiorazioni, premi, integrazione malattia, welfare contrattuale, riduzione d’orario, permessi… elementi che solo un contratto garantisce.

L’Italia vanta un patrimonio di relazioni industriali e sindacali che ha generato un forte sistema contrattuale, capace di garantire ad ogni lavoratore dipendente un buon contratto nazionale di riferimento. Il punto allora, è includere il lavoro in dumping nel recinto delle tutele contrattuali e delle retribuzioni lì stabilite. Un percorso che deve portare ad individuare in ogni settore un contratto di riferimento a cui dare valore erga omnes. Occorre stabilire chi sono i soggetti sociali rappresentativi: per questo, tra l’altro, va sbloccata la firma della nuova convenzione tra Cgil-Cisl-Uil, Confindustria, Ministero del Lavoro e Inps, così da portare definitivamente alla misurazione della rappresentatività tutti i soggetti, sindacali come stabilito dal Testo Unico del 2014.

Va poi accompagnato il percorso di attuazione delle Intese pattizie sottoscritte dal sindacato confederale con le altre associazioni imprenditoriali per giungere ad un quadro complessivo di certificazione della rappresentanza Sindacale e Datoriale. Serve uno sforzo comune per definire insieme i perimetri della contrattazione. Anche per questo chiediamo di ripristinare l’efficacia di quanto disposto dall’art. 2070 del Codice Civile secondo cui deve esserci coerenza tra contratto applicato e attività effettivamente svolta dalla impresa.

Una efficace risposta di contrasto al lavoro povero, deve arrivare da maggiori ispezioni e controlli contro il lavoro nero e irregolare, contro i finti part-time e le ore di lavoro non pagate, contro le false cooperative e le false partite Iva, per la piena applicazione dei contratti. È poi necessario ridurre una pressione fiscale che grava pesantemente sulle retribuzioni da lavoro dipendente. Questo è ciò che serve ai lavoratori: un buon contratto, non un salario minimo.

Su tutti questi temi ci aspettiamo l’apertura di un serio confronto tra Governo e parti sociali. Serve uno scatto di responsabilità da parte di tutti. Noi siamo pronti a una discussione che metta al centro il riconoscimento e il rafforzamento del valore della contrattazione collettiva quale strumento capace di regolare e tutelare il mondo del lavoro nel nostro Paese. Per una governance che tenga insieme crescita e sviluppo, investimenti e occupazione, salari e produttività, che metta al centro la persona, i suoi bisogni, la sua capacità di partecipare, attraverso il lavoro, al processo di rilancio economico, sociale e produttivo del nostro Paese.

Luigi Sbarra, Segretario Generale Aggiunto Cisl

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