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1:28 pm - mercoledì Settembre 18, 2019

Padre Mella: “Protesto a Hong Kong da oltre vent’anni”

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Le acque che circondano la metropoli di Hong Kong sono calme, eppure la regione ad amministrazione speciale continua ad essere scossa da ondate.

Da oltre tre mesi, infatti, i cittadini protestano per la democrazia e la libertà: giovani, adulti e anziani hanno creato fiumane di persone per dissentire sulla legge d’estradizione promossa dal governo, revocata solo pochi giorni fa. E così, fra le facce sveglie di giovani uniti mano nella mano con i cellulari utilizzati come torce, si susseguono i giorni e le notti nella baia ceduta alla Repubblica Popolare Cinese nel 1997 e che da allora non ha mai visto una mobilitazione di massa. Le proteste di Hong Kong non sono l’implosione improvvisa di un risveglio collettivo: mancano diversi anni alla cessione completa dell’ex colonia inglese alla Repubblica Popolare Cinese, eppure il conto alla rovescia per molti è iniziato. Si tratta soprattutto dei giovani, i volti inermi e silenziosi di che vede un futuro svanire davanti agli occhi: famiglia, lavoro, costo della vita sono spine nel fianco per molti di loro. Dal 9 giugno, tale malessere ha preso la forma di un urlo collettivo. Padre Franco Mella, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere, a Hong Kong dal 1974, ha dato voce a questo grido di aiuto. Dopo aver lasciato il lodigiano, il parroco ticinese ha intravisto nei problemi della regione i germi di una rivolta culturale, non tanto dissimile dall’ondata che contraddistinse il ’68 in Italia. In Terris lo ha intervistato per far luce sulle trasformazioni che Hong Kong sta attualmente vivendo.

Padre Franco Mella durante un sit-it di protesta notturno per chiedere diritti alle famiglie bisognose – Foto © Nora Tam

Padre Mella, la governatrice Carrie Lam ha annunciato la revoca della legge sull’estradizione: uno spartiacque importante?
“Direi che siamo davanti a un momento di svolta perché, con la revoca della legge sull’estradizione, l’obiettivo primario delle manifestazioni di questi tre mesi è stato raggiunto. In realtà, l’obiettivo era già stato raggiunto un mese fa, quando Carrie Lam aveva dichiarato: ‘quella legge è già morta’. Adesso ci sono altre questioni aperte, che riguardano le proteste degli ultimi tre mesi hanno messo in luce”.

Quali sono?
“Innanzitutto, gli arresti dei giovani della protesta – se ne contano oltre mille. Per loro, abbiamo chiesto che venga concessa un’amnistia. In secondo luogo, chiediamo la creazione di una commissione indipendente d’inchiesta che faccia chiarezza sulle azioni violente perpetrate dalla polizia a discapito dei manifestanti”.

Perché le manifestazioni hanno avuto risvolti violenti?
“La situazione è complessa, perché nel movimento si sono delineate due anime: quella attiva non violenta, come i manifestanti che hanno realizzato 40 chilometri di catena umana per chiedere l’abolizione della legge d’estradizione, e la frangia più violenta, che si è scontrata con la polizia. Tali manifestanti pensano che il gruppo non violento non otterrà molto. A livello politico, questa duplicità si riflette in due schieramenti: da una parte, la minoranza critica nei confronti del Partito comunista cinese, che chiede una società diversa da quella prospettata da Pechino; dall’altra, la frangia ‘separatista’ che vuole l’indipendenza della regione dalla Cina. Queste due anime sono frutto dello status ‘un paese due sistemi’ verso cui, come comunità cristiana, non siamo molto d’accordo, perché vengono a crearsi due categorie differenti: gli hongkongesi e cinesi”.

Eppure, vi sono delle differenze fra Hong Kong e Pechino?
“Le proteste di Hong Kong interpellano la Cina. Nel Paese, infatti, vige ancora la pena di morte, che a Hong Kong è stata abolita. Pensi che oltre il 70% delle pene di morte al mondo è eseguito proprio in Cina. La libertà che chiede Hong Kong ha, dunque, senso se s’estende anche alla Cina. Nel 2047, la città diventerà parte della Cina: il problema, dunque, non è rendere o meno Hong Kong libera da Pechino, bensì trovare un modo perché i valori di Hong Kong, combinati con quelli cinesi, plasmino una Cina diversa, più democratica e libera. Pensare di separare i due fronti sarebbe un’assurdità”.

È per questo che le dimissioni della governatrice Carrie Lam sono state accantonate?
“Come partecipante al Civil Forum dal 2003, ho detto che era inutile chiedere le dimissioni di Lam. Piuttosto, nelle manifestazioni di protesta che ho condotto a gennaio e luglio, ho chiesto che il dissenso fosse ampliato: la legge sull’estradizione non è accettabile per timore dei tribunali cinesi, che solo nel 2015 hanno messo in prigione oltre 300 avvocati difensori dei contadini e lavoratori. Al Civil Forum ho chiesto di liberare i leader del movimento degli ombrelli del 2014, già condannati a 16 anni di carcere: la mia mozione ha ottenuto un solo voto”.

Un manifestante fermato dalla polizia nella stazione metropolitana di Po Lam – Foto © Lam Yik Fei per The New York Times

Perché, secondo lei, questa ritrosia?
“Probabilmente, non s’è raggiunta quella maturità nel considerare le proteste di Hong Kong un trampolino per una Cina più democratica. Si tratta di un processo a lungo termine, che non si può ottenere in tre mesi di marce e scontri”.

Lei ha vissuto in Cina per vent’anni: secondo lei, come reagirà Pechino?
“Non credo che utilizzerà la forza: creerebbe un’altra Tienanmen e creerebbe un caso a livello internazionale. È verso che sono state dispiegate truppe nella baia di Shenzen, ma penso che la Cina abbia già agito diversamente, infiltrando i suoi poliziotti tra gli agenti di Hong Kong: in alcuni filmati, si sentono agenti parlare in mandarino, che non è la lingua di Hong Kong, visto che vi si parla il cantonese”.

Recentemente Newsweek Japan ha riportato che ogni giorno circa cento cinesi sono autorizzati da Pechino a trasferirsi a Hong Kong. Questo crea malcontento?
“Noi abbiamo avuto dibattiti, finanche accesi, con alcuni localisti che non vogliono l’immigrazione. Alcuni di loro vent’anni fa erano attivisti che sono diventati nazionalisti. Il nostro movimento, invece, ispirandosi ai valori cristiani, insiste sulla famiglia. Alcune rivendicazioni sarebbero anche condivisibili, ma sono le sbavature a danneggiare il movimento di protesta”.

Il suo attivismo s’esplica in scioperi della fame, l’ultimo dei quali a gennaio. Per cosa si batte?
“Mi batto per il diritto di cittadinanza. Nella legge di base del ’97, all’articolo 24, si prevede che i figli dei cittadini di Hong Kong nati in Cina avevano diritto di vivere con i loro genitori a Hong Kong. Eppure, Pechino ha concesso a una parte tale diritto. Il 29 gennaio 1999, la Corte d’Assise e d’Appello di Hong Kong ha, però, reinterpretato per la prima volta la legge di base, stabilendo che solo i figli di hongkongesi nati in Cina quando uno dei genitori era già cittadino di Hong Kong, avrebbero potuto chiedere la cittadinanza, gli altri no. Abbiamo, così, cominciato un movimento che dura tuttora da vent’anni. Abbiamo iniziato ad occupare Hong Kong nel 2002, quando per tre mesi, con oltre mille di figli di hongkongesi, hanno occupato il centro. Da allora, è seguita una serie di sit-in. Il mio sciopero della fame di gennaio è il ventesimo. Il primo è iniziato nel 1986 per il problema dell’immigrazione. Adesso stiamo continuando per quei 70.000 che sono sopra i 14 anni e che non hanno ancora ottenuto questo permesso”.

I manifestanti reagiscono ai fumogeni lanciati dalla polizia durante le proteste di luglio – Foto © Lam Yik Fei per The New York Times

Quali sono gli altri fronti aperti?
“Quello dei rifugiati, per i quali abbiamo una scuola frequentata da immigrati africani e medio-orientali. In tali strutture, s’imparano le lingue e s’instaurano iniziative di dialogo. Oggi, nella sola Hong Kong, se ne contano circa 13.000 ed il governo li tratta malissimo. C’è anche il problema dei senza casa e dei lavoratori”.

Quanto sono importanti i giovani in questo cambiamento?
“Direi che sono fondamentali. Dopo la protesta di maggio, a cui hanno partecipato centomila persone, ci aspettavamo al massimo un raddoppio. Invece, con grande sorpresa, il 9 giugno ha preso parte un milione di persone. Probabilmente, le nuove generazioni non vedono il loro futuro roseo: il 2047 è vicino e il ritorno completo di Hong Kong alla Cina si avvicina sempre più. I giovani, inoltre, si trovano ad affrontare alcuni problemi: il lavoro, la casa, i cui affitti sono proibitivi: oggi farsi una famiglia è difficile per molti di loro. Tutte queste frustrazioni, alimentate da alcune anomalie compiute dal governo di Hong Kong, sono espressione di un malessere di fondo che ha alimentato la protesta”.

La governatrice Carrie Lam è cattolica. C’è un impegno da parte delle comunità cristiane nella regione?
“Sì, le chiese della città hanno accolto molti giovani coinvolti nelle proteste. Alcuni di loro, per protestare hanno lasciato le famiglie, perché i genitori non li hanno più accettati in casa. Molti sono quelli che hanno scelto di vivere per strada e che non hanno più soldi e cibo. Sono molte le comunità cattoliche impegnate nell’assistenza. Prima della manifestazione del 9 giugno, ho anche parlato con Carrie Lam, esponendole il problema della riunificazione delle famiglie, e mi ha detto che avrebbe trattato la questione con Pechino”.

Il cardinale John Tong Hon, vescovo di Hong Kong dal 2009 – Foto © Kin Cheung per AP

Quanto è importante il ruolo della Chiesa nel Paese?
“La situazione è a due facce, perché l’accordo firmato tra Santa Sede e Cina ha spaccato la Chiesa di Hong Kong in due. Da una parte, v’è la Chiesa che si rifà al cardinale John Tong Hon, possibilista sul dialogo con la Cina. Dall’altra, il cardinale Joseph Zen, difensore dalla comunità sotterranea della Chiesa. Penso che la mossa di Papa Francesco di riammettere alla comunione ecclesiale sette vescovi ritenuti illegali sia stata intelligente. Quando, nel 2011, la Chiesa cinese ha ordinato due vescovi legali, Papa Benedetto XVI li ha scomunicati e, per questo motivo, io ed altri trenta sacerdoti siamo entrati nella lista nera, per cui siamo stati banditi dalla Cina. Soltanto sotto Papa Francesco, il divieto è stato revocato (2016). Ora auspico che si superino le differenze interne alla Chiesa. In questi tre mesi, il clero è sceso in campo: il cardinale Tong Hon ha chiesto alla governatrice di ritirare la legge. Più forti le posizioni del cardinale Zen, il quale nelle ultime due lettere ha dichiarato che chi non critica la polizia per le azioni violente non può dirsi cristiano. C’è una diversità d’impegno, ma oggi come comunità cristiana dobbiamo reagire. Dal 28 settembre 2014, tutte le domeniche pomeriggio celebro messa davanti agli uffici governativi centrali: questo ha spinto altri gruppi cristiani – anche protestanti – a mobilitarsi”.

Il cardinale Joseph Zen, in piazza San Pietro il 6 marzo 2013 – Foto © Philippe Lopez per AFP

A ottobre tornerà a Hong Kong. Che cosa si aspetta di trovare?
“Beh, dipende sicuramente dai giovani. Il gruppo di protesta più grande, che riunisce circa quaranta organizzazioni, non penso farà altre grosse manifestazioni. Carrie Lam ha deciso di revocare la legge sull’estradizione perché alcuni studenti stavano mettendo già in piedi scioperi della scuola. Un altro motivo è che il prossimo 1° ottobre sarà il 70esimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese e il governo non si aspetta una Hong Kong in fiamme”.

Che insegnamento ha tratto dalle manifestazioni di Hong Kong?
“La lezione più bella l’ho avuta dalla rivolta degli ombrelli, dove ho visto gente disponibile al dialogo, che allestiva scuole per le strade. Le ultime manifestazioni, invece, mi hanno mostrato l’entusiasmo di molti giovani nell’ammettere: ‘il nostro futuro ce lo giochiamo noi’. Al di là degli esiti, colpisce l’entusiasmo che spinge loro di dar tutto, finanche morire, per una causa comune”.

Cosa possono insegnarci i giovani di Hong Kong?
“La rivoluzione culturale che loro stanno vivendo non è tanto dissimile dal nostro ’68. Una cosa che credo non si capisca in Italia è che ci sono tanti giovani e adulti con dei valori. In Italia c’è già questa sanità di spirito in tante persone: l’importante è cercare di portarlo in superficie, valorizzare lo sviluppo di “cieli nuovi e terra nuova” che è il Regno di Dio, non solo a Hong Kong e in Cina, ma anche in Italia. Oggi siamo in un mondo globalizzato dove le forme non sono importanti, ma piuttosto gli obiettivi: non è essenziale che si scenda in piazza, quanto lo scambio di valori che ci unisce. In Cina non è permesso protestare in piazza, ma lo si può fare ad Hong Kong. Allo stesso modo, ciò che non è permesso ad Hong Kong possiamo farlo noi in Italia. Si può, dunque, sempre essere al servizio di chi è più bisognoso di noi”.

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