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7:09 pm - domenica Agosto 18, 2019

Non è un paese per bambini, ma c’è ancora speranza

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In Italia, secondo l’ultimo rapporto di Save the Children, quasi 1 milione e trecentomila bambini e ragazzi – il 12,5% del totale, più di 1 su 10 – vivono in povertà assoluta, oltre la metà non legge un libro, quasi 1 su 3 non usa internet e più del 40% non fa sport.

Ma, soprattutto, un Paese dove i minori non riescono a emanciparsi dalle condizioni di disagio delle loro famiglie e non hanno opportunità educative e spazi per svolgere attività sportive, artistiche e culturali, sebbene siano moltissimi i luoghi abbandonati e inutilizzati che potrebbero invece essere restituiti ai bambini per favorire l’attivazione di percorsi di resilienza, grazie ai quali potrebbero di fatto raddoppiare la possibilità di migliorare le proprie competenze. I minori che vivono in famiglie disagiate hanno quasi 5 volte in più la probabilità di non superare il livello minimo di competenze sia in matematica che in lettura rispetto ai loro coetanei che vivono in famiglie più benestanti (24% contro 5%). Tuttavia, spicca una quota di “resilienti”, vale a dire ragazzi e ragazze che raggiungono ottimi livelli di apprendimento anche provenendo da famiglie in gravi condizioni di disagio. Campania, Sicilia, Calabria, Puglia e Molise occupano i primi cinque posti della triste classifica della povertà educativa in Italia. Regioni in cui bambini e ragazzi sono maggiormente privati delle opportunità necessarie per apprendere, sperimentare e coltivare le proprie capacità, nonché della possibilità di sviluppare percorsi necessari per superare ostacoli e condizioni di svantaggio iniziali. A fare da contraltare, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte e Emilia Romagna che si segnalano invece come le aree che offrono maggiori opportunità educative per i minori.

Un paese spaccato
Dai dati citati, emerge un’Italia divisa in due macroaree, con un Nord complessivamente virtuoso e un Sud che rallenta. Il bollino nero va alla Sicilia, dove circa il 23,5% dei minori abbandona gli studi precocemente. Intervistata sulle pagine di In Terris, Maria Francesca Pricoco, la Presidente dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia e del Tribunale minorile di Catania, sottolinea una “carenza rilevante” nella regione per ciò che riguarda la tutela, la salvaguardia e la protezione dei minori: “A Catania operiamo in un distretto di Corte d’Appello dove al momento vi è l’81% di scoperure dei servizi sociali che dobvrebbero operare in tutto il terriotorio” dichiara. Nello specifico, il distretto di Catania comprende tre provincie – Catania, Ragusa e Siracusa – e conta circa 93 comuni. Secondo quanto riferisce la presidente, alla base della carenza di assistenti sociali nei comuni siciliani v’è proprio la legislazione vigente: si tratta della legge regionale 22/86, che prevede un assistente sociale ogni 5000 abitanti che crea uno scenario composito tra le province: stando ai dati aggiornati al 2017, il maggior numero degli assistenti sociali è concentrato a Catania con circa 1600 unità per giungere ad Enna con 400 operatori sociali: “Da recenti studi fatti da Caritas e da Save the Children – dichiara Pricoco – la Sicilia compare al secondo posto per povertà educativa, che è collegata sia a situazioni di solitudine che di degrado economico”.

Famiglie poco presenti
Il bambino che versa in situazioni di disagio è diretto riflesso di situazioni familiari difficili. Per questo, esaminando in dettaglio i dati che fotografano il nostro Paese, si rileva un alto tasso di abbandono degli studi che interessa sin dalla più tenera età: quasi 9 bambini su 10 non frequentano un asilo nido: si tratta dell’87% degli infanti italiani, che assume un peso rilevante in contesti regionali quali la Calabria e la Campania, dove rispettivamente l’1,2% e il 2,6% può accedere a servizi per la prima infanzia. Per Pricoco è, dunque, necessario tornare al messaggio costitutivoo della Costituzione italiana, in cui la famiglia è un’istituzione dello Stato: “Quando la famiglia è incapace e si trova in una situazione difficile, lo Stato deve approntare strumenti e leggi che possano aiutare i figli e la famiglia stessa. In questo senso, l’affidamento familiare è una delle espressioni più belle del principio di solidarietà insito nella Costituzione, perché indica un aiuto concreto verso quelle famiglie che momentaneamente non sono capaci di dare un supporto al minore”. Pricoco sottolinea, altresì, che l’affidamento deve essere temporaneo, volto ad offrire sostegno al minore in un momento di difficotà della sua famiglia, non privare quest’ultima di badare alla sua crescita ed educazione.

I casi drammatici
Tra le regioni ritenute virtuose per le opportunità educative riservate ai minori v’è l’Emilia Romagna. Lo scorso mese regione è stata, tuttavia, scenario dell’inchiesta “Angeli e Demoni” sugli affidamenti illeciti di minori che sarebbero stati allontanati dalle loro famiglie d’orgine per essere dati in affido retribuito a conoscenti. La presunta rete “criminale” messa in piedi dai servizi sociali della Val D’Enza mostra, dunque, uno spaccato dove la giustizia s’è dimostrata incapace di affrontare un malessere sociale. Per Pricoco, questi casi drammatici non possono distogliere sulla necessità di costruire in maniera virtuosa i percorsi assistenziali: “Su impulso della nostra Costituzione, vi sono leggi che vanno salvaguardate perché danno diritto ad un’esistenza dignitosa”. Sul caso specifico, la responsabilità è, inanzitutto, dei comuni: “Nel momento in cui l’assistenza viene demandata agli organi di servizio sociale, s’inquadra nell’ambito dei servizi comunali, quind i controlli sono garantiti secondo le regole amministrative: esse prevedono un dirigente di servizio sociale al cui capo sta sempre il sindaco. Si tratta di un’attività monitorata secondo regole che attengono all’amministrazione pubblica”.

Il ruolo degli assistenti sociali
Per Pricoco, i casi di Bibbiano o della Bassa Modenese non devono offuscare il ruolo centrale degli assistenti sociali: “Un assistente sociale fa tante altre cose, si occupa di anziani, disabili, famiglie in condizione di povertà”. Semmai, bisognerebbe aprire più posizioni professionali perché non vi sono operatori sufficienti. Nel caso dell’assistenza ai minori, “le situazioni di trascuratezza generano dei comportamenti cui sono responsabili in primis i genitori, poi la stessa società civile, deputata ad approntare servizi per le persone più vulnerabili, in questo caso i minori”. Sulla base della sua esperienza, Pricoco denuncia una carenza non solo di servizi assistenziali, ma anche socio-sanitari: “Presso le Aziende sanitarie provinciali – denuncia – mancano servizi specifici dedicati ai minori, come quelli di neuropsichiatria infantile, o gli strumenti di sostegno alla genitorialità nei consultori oppure per le mediazioni familiari”.

Parola d’ordine: efficienza
Secono la giudice minorile, il motore dell’assistenza ai minori parte implementando l’efficienza di servizi già esistenti e creandone di nuovi perché le famiglie possano rivolgersi quando versano nei momenti di difficoltà: “L’affidamento familiare è un istituto di grande importanza per il sostegno a minori e famiglie in difficoltà. Ma sarebbe anche importante istituire uffici affido pubblici in cui formare le famiglie e le coppie disponibili ad accogliere temporanemente i minori in difficoltà”. Per Pricoco, è quanto richiede la Costituzione: “Il nostro ordinamento funziona così: nella Costituzione viene sancito il diritto dei minori a crescere, essere educati e sviluppare la propria personalità sempre all’interno della famiglia. Solo così, un giorno potremo avere adulti responsabili”.

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