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6:40 am - domenica Agosto 25, 2019

Nascite segrete in Italia

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Ogni anno in Italia su 550.000 nati, circa 400 sono rifiutati dai genitori e abbandonati negli ospedali. Come rileva il portale Dagospia, nel 62,5% dei casi si tratta di figli nati da donne straniere. Nella stima, però, non sono contemplati quei neonati dati alla luce fra le mura domestiche e che hanno per protagoniste sempre più donne italiane.

È il caso dei parti anonimi, vale a dire le nascite clandestine a cui è associato l’abbandono. Secondo una casistica stilata nel 2012 dalla Società Italiana di Neonatologia, i neonati non riconosciuti sarebbero circa 3.000 di cui soltanto 400 portati in strutture adeguate alla loro ricezione. Sugli altri 2.600, invece, grava un preoccupante interrogativo: che ne è di loro? Domanda legittima, visto che il 73% delle madri, in questo caso, è italiano e ha tra i 20 e i 40 anni.

Destino segnato
I casi di cronaca mettono in relazione i cosidetti “parti clandestini” agli infanticidi. Spesso i neonati vengono lasciati in luoghi di passaggio, vicino ai cassonetti ma, in taluni casi, sono volutamente uccisi. Questo è quanto gli agenti sostengono essere accaduto il 6 luglio scorso a Roma, quando un pescatore ha trovato nel fiume Tevere, all’altezza della chiesa di San Gregorio della Divina Pietà, in piazza di Monte Savello, il corpicino senza vita di una bambina neonata. Secondo i risultati dell’autopsia, svolta dal medico legale dell’Istituto di medicina legale del Policlinico Tor Vergata su incarico del pm Silvia Santucci, la piccola è probabimente morta per asfissia. Lo stesso tragico copione si è ripetuto lo scorso agosto a Terni, dove un neonato senza vita è stato trovato dentro una busta di plastica nel parcheggio attiguo ad un supermercato. L’ autopsia ha accertato che il bebè, il quale aveva ancora attaccata la placenta ed è deceduto per asfissia, era vivo nel momento in cui è stato posto sul terreno dalla sua mamma, una ventisettenne che versava in condizioni di disagio economico e già madre di una bambina di 2 anni. Ce l’ha fatta in extremis, invece, il piccolo Giorgio che, abbandonato subito dopo la nascita, è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale di Adria, in provincia di Rovigo: “Questi episodi sono soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno complesso” ha dichiarato Tea Longoni, che da vent’anni dirige il Centro di Aiuto alla Vita che opera in ausilio ai due ospedali di Magenta e Abbiategrasso: “Quello che noi facciamo è spesso collaborare con i medici perché sia data alle donne che pensano di abortire un’ulteriore riflessione ed eventualmente un accompagnamento” aggiunge.

A che punto è la legge italiana?
Davanti agli episodi di cronaca sopraccitati, occorre fare chiarezza. La legge italiana, secondo quanto prevede il Dpr 396/2000, consente alle donne di partorire in tutte le strutture ospedaliere pubbliche e in completo anonimato: ciò significa che il nome della madre resta segreto e, nell’atto di nascita, viene riportata la dicitura “nato da donna che non consente di essere nominata” per tutelare la sua privacy. Un aspetto capitale del parto segreto, anche se capita spesso che le donne che si rivolgono agli ospedali per il parto in anonimato siano giovani spaventate: “Il parto anonimo è un processo molto complesso che non tutte sono in grado di fare – ha sottolineato Longoni – perché richiede accompagnamento, aiuto e collaborazione con il personale medico”. Se la madre consente l’abbandono, il nascituro viene segnalato al Tribunale per i minorenni della Procura per aprire un procedimento di adottabilità ed assicurare al neonato, nel minor tempo possibile, dei genitori idonei. La stessa legge, all’art.30, comma 2, prevede che alla madre sia riconosciuta anche la tutela giuridica e l’assistenza. Come, però, segnala il Movimento per la Vita, la legge non è molto conosciuta.

La culla salvavita
Uno strumento approntato per venire incontro alle madri è la culla salvavita, una versione moderna dell’antica ruota degli esposti, installata sin dal Medioevo nei pressi dei monasteri. Oggi la versione “moderna” della ruota si trova in prossimità dei nosocomi e ha un collegamento diretto al 118 che consente di far scattare l’emergenza in tempi rapidi. La culla si trova in un luogo raggiungibile ed è munita di dispositivi adeguati di assistenza. Per garantire la privacy, la struttura è inserita in un vano totalmente chiuso da una botola automatizzata. Una volta posto il nascituro all’interno della culla, la botola si chiude per sicurezza nell’attesa dell’intervento di personale specializzato. Vi sono tante realtà che nel Paese le promuovono. La Regione Veneto, per esempio, assieme ai movimenti per la vita della regione, ha messo in piedi un’iniziativa chiamata “Culla segreta”. Tra i pionieri vi è il Centro di Aiuto alla Vita che, con l’inziativa Culle Per la Vita, da sempre si batte per portare il tema al centro del dibattito politico. L’Associazione ha il merito di aver promosso la prima installazione di una culla con un ente pubblico come proprietario, vale a dire un comune. Come racconta la presidente Longoni a In Terris: “L’iniziativa è nata grazie a Massimo Garavaglia, oggi viceministro dell’Economia il quale, quando era sindaco a Marcallo con Casone, ha chiesto alla nostra Associazione l’aiuto per installare una culla nel comune. Da allora, Garavaglia ha sempre avuto a cuore il tema e nel 2009 ha presentato la prima proposta di legge sulle norme per le culle, che è stata discussa in Commissione con il parere degli esperti. Poi non s’è saputo più nulla. Nella legislatura scorsa e nella corrente sono state presentate altre due proposte di legge, rispettivamente dagli onorevoli Gigli e Pillon”.

Una questione in sospeso.
In Italia si contano circa 60 culle e le possibilità di inserimento del nascituro all’interno di una famiglia adottiva sono molto alte, come dimostrano le incidenze delle regioni Lombardia e Sicilia. In altre regioni, invece, l’utilizzo delle culle non è così scontato. Come ha di recente segnalato il quotidiano Corriere della Sera, la culla del Policlinico Casilino, nella città di Roma, è stata usata una sola volta dal 2006, anno in cui venne installata. Longoni sottolinea che “la culla deve essere in un luogo presidiato con sicurezza 24 ore su 24, ma altrettanto isolato, perché la madre non tema di esporsi. Basti soltanto pensare a quante donne che partoriscono in segreto lo fanno perché hanno una paura folle di andare in ospedale. Spesse volte, costoro in nove mesi non effettuano alcun controllo medico”. Da qui l’idea di fondare nei comuni, in collaborazione con le aziende sanitarie e le amministrazioni locali, punti di accoglienza e luoghi di divulgazione nei quali informare sull’effettiva privacy garantita da questo tipo di strutture. L’Associazione Centro Aiuto alla Vita, attiva in Lombardia, ha deciso di istituire un numero verde, attivo 24 ore su 24, per venire incontro alle esigenze di tante mamme che temono di esporsi: “Il nostro call center risponde a tantissime richieste, fra cui soprattutto quelle riguardanti l’adozione – ha dichiarato Longoni -: riceviamo in media due telefonate a settimana di persone interessate ad adottare i bambini abbandonati”. Spesso, infatti, si dimentica che i parti in casa avvengono per paura o timori legati a un disagio familiare ed è su questi sentimenti che si dovrebbe far leva. Intervistato dal portale vaticano Vatican News, Pino Morandini, ex-magistrato e vice-presidente vicario del Movimento per la Vita, ha detto: “Abbiamo predisposto a questo proposito dei depliant per diffondere la conoscenza delle culle per la vita e del parto in anonimato in molte lingue, proprio perché come dice lei, è assolutamente l’utenza straniera che non conosce bene questa possibilità, questo diritto del parto in anonimato”. Per Longoni, non bisogna dimenticare l’obiettivo primario delle culle: “Come diceva il nostro fondatore, Giuseppe Garrone, la culla ha sì un risvolto pratico, ma riveste una funzione educativa e sociale. La culla sta a dire che la vita non si butta, si accoglie e nel momento della massima disperazione si deve dare il massimo dell’accoglienza”.

foto Massimo Pica

La culla della vita all’Ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona a Salerno

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