Welcome to 0585news   Click to listen highlighted text! Welcome to 0585news
11:29 am - lunedì Ottobre 14, 2019

Morì per l’amianto, arriva il risarcimento

95 Viewed redazione Commenti disabilitati su Morì per l’amianto, arriva il risarcimento

Il Tribunale del lavoro di Massa ha riconosciuto un risarcimento da 790 mila euro alla famiglia di Antonio Tonarelli: l’uomo lavorò alla Nuovo Pignone tra il 1960 e il 1994 con la mansione di saldatore ed è deceduto nel 2005 per un carcinoma al polmone.

Secondo la sentenza emessa lo scorso 11 novembre, a provocare il tumore fu l’esposizione all’amianto all’interno dello stabilimento di Massa. Con i suoi colleghi della squadra 74 ha respirato per quasi 25 anni in un ambiente dove la concentrazione di amianto arrivava in alcune zone fino a 15 fibre per centimetro cubo, ovvero 150 volte la soglia attualmente considerata nociva. Ed è proprio questa esposizione che ha causato l’insorgere nel 2002 del carcinoma che di lì a un paio di anni lo ha ucciso.

Lo ha scritto nero su bianco il giudice Erminia Agostini con la sentenza 227 pubblicata lo scorso 11 novembre, in cui si assegna alla famiglia di Antonio Tonarelli – massese, classe 1941- un risarcimento complessivo di 789.608 euro. A pagarli dovrà essere la Nuova Pignone perché, si legge nella decisione, «il datore di lavoro non ha adempiuto alle prescrizioni del DPR 303/1956 e non ha mai informato i lavoratori circa la nocività dell’amianto e non ha adottato le misure idonee a ridurre il rischio».

Antonio Tonarelli era un saldatore dello stabilimento Nuovo Pignone di Massa: dal 1960 fino al 1994 ha lavorato in un capannone in cui, si legge nel provvedimento del giudice «deve rilevarsi l’utilizzo di amianto, in particolare di teli di amianto, sottoposti ad usura, a stress termico, usurati e riutilizzati più volte, che, sfaldandosi, provocavano l’emissione di fibre d’amianto»: la concentrazione del materiale era altissima e così in quel sito produttivo, «le diverse maestranze erano esposte al rischio di inalare le fibre di asbesto sparse nell’aria, le cui potenzialità nocive erano accresciute dalla presenza delle altre polveri inerti e metalliche».

Secondo le perizie presentate in sede di processo Tonarelli è stato esposto «concentrazioni pari a 2,31 ff/cc nel periodo fino al 1975, a 1,16 ff/cc nel periodo 1975-1981 e a 0,29 ff/cc dall’1981 al 1984»: la soglia di sicurezza è fissata attualmente a 0,1 fibre per centimetro cubo.

«Il problema è che nonostante dagli inizi del 1900 si sapesse che l’amianto era nocivo per la salute e a fronte del testo unico Inail del 1954 , i dipendenti della Nuova Pignone sono venuti a conoscenza dei rischi che stavano correndo solo a metà degli anni ’70, attraverso i consigli di fabbrica» spiega Nicoletta Cervia, il legale che ha assistito Tonarelli e la sua famiglia in questa difficile battaglia. Secondo le testimonianze raccolte dall’avvocatessa, che ha seguito un’ottantina di casi simili, «gli operai non erano consapevoli del pericolo e amavano la loro fabbrica. Quando poi hanno scoperto come stavano le cose, si sono sentiti traditi». Sì perché norme nazionali e comunitarie alla mano, secondo l’avvocato Cervia i dirigenti del Nuovo Pignone non potevano non conoscere le conseguenze dell’esposizione all’amianto. La conferma arriva direttamente dalla sentenza del giudice Agostini secondo la quale «può accertarsi la responsabilità del datore di lavoro nella stessa misura percentuale (59%) indicata dal Ctu come probabilità causale di insorgenza del tumore ascrivibile alla esposizione professionale ad amianto».

Il signor Tonarelli, infatti, è stato a lungo un fumatore e così il Tribunale ha riconosciuto «il ruolo concausale del tabagismo», riducendo a poco meno del 60% le responsabilità imputabili all’ambiente di lavoro.

Il risarcimento assegnato alla famiglia è stato comunque molto importante e il motivo, ancora una volta, è indicato nella sentenza: il Tribunale spiega infatti che la Nuova Pignone, «avrebbe potuto e dovuto (…) impedire l’uso dell’amianto come coibente ed impedendone usi impropri (impasto, ritaglio, immagazzinamento degli scarti nelle campate), controllando l’osservanza da parte dei lavoratori delle prescrizioni aziendali in merito; installare efficienti impianti di aspirazione localizzata e centralizzata per amianto, fumi di saldatura e polveri di molatura; informare i lavoratori sulla presenza del rischio; effettuare monitoraggi ambientali e controlli sanitari».

L’avvocato Cervia spiega che così non è stato, almeno fino agli anni ’80: «Ma ormai i danni erano stati fatti» commenta la legale, che a fine ottobre ha incassato un’altra importante vittoria in una causa simile. La parte lesa, in questo caso, è un collega di Tonarelli, membro della stessa squadra, che sta ancora combattendo la sua difficile battaglia contro un carcinoma: per rispetto della sua privacy, manteniamo il riserbo sul nome e sui dettagli del caso e ci limitiamo a usare le parole dell’avvocatessa Cervia: «Bene queste sentenze ma in giurisprudenza, sul tema amianto, c’è ancora molto da fare».

Don't miss the stories follow0585news and let's be smart!
Loading...
0/5 - 0
You need login to vote.

ladri? Affamati e… infreddoliti

Fermata in porto una nave che non rispettava i requisiti di sicurezza

Related posts
Comments are closed
Click to listen highlighted text!