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7:03 am - domenica Agosto 25, 2019

Mons. Sorondo all’Onu per combattere uniti la schiavitù

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L’appello congiunto delle Nazioni Unite e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali contro la tratta: “Nella diversità, uniti per la dignità umana”


“Nell’oggi comincia già il domani” scriveva lo scrittore inglese Samuel Taylor Coleridge. È questo il messaggio che martedì scorso, Giornata Mondiale della Tratta, le Nazioni Unite hanno voluto lanciare come sfida per debellare la tratta degli esseri umani. Si tratta di un fenomeno drammatico e dai contorni multiformi, di cui un saggio è offerto da Nuns Healing Hearts, la mostra della fotografa e attivista statunitense Lisa Kristine, organizzata con la collaborazione della Missione della Santa Sede all’Onu, la Pontificia Accademia per le Scienze Sociali, di cui è presidente e membro del Consiglio Stefano Zamagni, e la Galileo Foundation, visitabile nel Palazzo di Vetro di New York fino al 2 agosto. Lo scorso maggio, Papa Francesco stesso aveva visitato la mostra allestita nell’Aula Paolo VI, offrendosi di firmare alcune delle fotografie ora esposte nella Grande Mela. L’inaugurazione è stata anche l’occasione per tracciare le tappe dell’impegno della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali: il cancelliere, mons. Marcelo Sanchez-Sorondo, ha preso parte alla prolusione, rimarcando – sottolinea l’AgenSIR – la denuncia del Pontefice a quello che è “un crimine contro l’umanità, una ferita frutto della globalizzazione dell’indifferenza”.

Contro il riduzionismo antropologico
Nel suo intervento, mons. Sorondo ha ricordato quanto le moderne schiavitù siano un assillo costante del Papa. Lo dimostra la richiesta, avanzata poco dopo la sua elezione al soglio di Pietro (Marzo 2013), di approfondire le forme contemporanee della tratta degli esseri umani. Come sottolinea Papa Francesco, la schiavitù è un fenomeno ancora esistente, nonostante i grandi passi fatti per debellarla – come la Convenzione concernente la schiavitù, firmata a Ginevra nel 1926. Il fenomeno, infatti, rimane profondamente radicato in alcuni Paesi, come India, Sudan e Mauritania. Sarebbe, tuttavia, erroneo considerarlo un drammatico risvolto delle nazioni in via di sviluppo, perché – come ha ricordato mons. Sorondo nel suo intervento – la schiavitù “riappare sotto nuove forme come lavoro forzato, prostituzione, traffico d’organi e sfruttamento minorile” Rivolgendosi ai partecipanti del Seminario Internazione sulla proposta per “un’economia sempre più inclusiva” presso la Casina Pio IV nel 2014, Papa Francesco aveva già espresso una ferma condanna a questo “atteggiamento dello scarto”, fenomeno evidente dell’invisibile tendenza al riduzionismo antropologico: “Si scarta quello che non serve, perché l’uomo non è al centro. E quando l’uomo non è al centro, c’è un’altra cosa al centro e l’uomo è al servizio di quest’altra cosa. L’idea è quindi salvare l’uomo, nel senso che torni al centro: al centro della società, al centro dei pensieri, al centro della riflessione. Portare l’uomo, un’altra volta, al centro”. Per mons. Sanchez-Sorondo, l’impegno diramato dal Papa coincide con gli obiettivi di sviluppo sostenibile inseriti dalle Nazioni Unite nell’Agenda 2030, che mirano a porre fine alla povertà, alle disuguaglianze e a incentivare lo sviluppo sociale ed economico. Anche le moderne forme di schiavitù sono al centro dell’interesse dell’Agenda, come esemplificato dall’Obiettivo 16: “Ridurre crimini violenti, sfruttamento della prostituzione, lavoro forzato e violenza sui minori sono chiari obiettivi globali”. Come sottolinea il cancelliere, dunque, sradicare queste forme di schiavitù non solo coincide con la dottrina sociale della Chiesa, ma è “un imperativo morale per tutte le donne e gli uomini della nostra generazione che seguono un mandato proveniente sia dei capi religiosi che dalle istituzioni politiche”.

Un nome, tante ferite
Papa Francesco non ha mai perso occasione per sottolineare la gravità delle varie forme di schiavitù, da lui definite “una ferita aperta nel corpo della società, una piaga nella carne di Cristo e un crimine contro l’umanità”. Lo ha fatto anche di recente, curando la Prefazione del libro Donne Crocifisse, La vergogna della tratta raccontata dalla strada’, il resconto scritto da don Aldo Buonaiuto sulle tante donne vittime dello sfruttamento sessuale: “Qualsiasi forma di prostituzione è una riduzione in schiavitù, un atto criminale, un vizio schifoso che confonde il fare l’amore con lo sfogare i propri istinti torturando una donna inerme. È una ferita alla coscienza collettiva, una deviazione all’immaginario corrente. È patologica la mentalità per cui una donna vada sfruttata come se fosse una merce da usare e poi gettare” ha scritto, inflessibile, il Papa. Come sottolinea don Aldo Buonaiuto, spesso si fa fatica a definire il confine tra ciò che è considerato lecito e ciò che non lo è. Questo è ancor più manifesto nelle realtà emarginate, dove lo sfruttamento è materia d’ordine quotidiano, eppure, come ricordano le Nazioni Unite, è importante sensibilizzare l’opinione pubblica sulle dimensioni di questa piaga. Cosa s’intende per moderna schiavitù? è una domanda alquanto opportuna, che merita una risposta consona.

Mons. Marcelo Sanchez-Sorondo durante il suo intervento nella sede newyorkese dell’Onu

La prostituzione
Tra le forme di tratta più violente v’è la prostituzione, di cui sono spesso vittime donne e ragazze anche minorenni. L’intervenendo di mons. Sorondo s’è incentrato su questa piaga, perché le sue implicazioni sono tanto fisiche quanto spirituali. Le prostitute sono l’esempio più drammatico di quella che – usando un termine desunto dal lessico bergogliano – è la globalizzazione dell’indifferenza, un atteggiamento che nega l’esistenza degli esseri umani fragili, ritenuti un prodotto di scarto. Non esistere diventa parte dell’umiliazione inflitta alle vittime della prostituzione, che è “distruttiva”, sottolinea il prelato: “L’umiliazione così reiterata […] induce nelle vittime la convinzione di non esistere come persone, ma come proprietà o mezzo per il piacere degli altri”. Per molte di loro, la non-esistenza è frutto di esperienze di tradimento che partono dall’alcova familiare. Fra gli innumerevoli esempi, basti menzionare i sempre più crescenti rapimenti delle donne bambine in Pakistan, che vengono date in sposa, talvolta finanche minorenni, a uomini adulti cinesi: secondo l’associazione Human Rights Watch, sono le stesse famiglie a vendere, per cifre modiche – dai 3.000 ai 13.000 dollari -, le loro figlie a promessi sposi. Allettate da un futuro di agio, queste giovani donne, deprivate già della libertà di scegliere, sono sottoposte a vessazioni ed angherie indicibili e i loro diritti umani calpestati. In taluni contesti di emarginazione sociale ed estrema povertà, la promiscuità, unita al decadimento dei valori, può condurre a fenomeni di incesto e violenza: fenomeni diffusi, ma così radicati, da non essere totalmente evidenti nella loro gravità. Come ha ricordato il Pontefice nel discorso al termine del summit La protezione dei minori nella Chiesa: “La prima verità che emerge dai dati disponibili è che chi commette gli abusi, ossia le violenze (fisiche, sessuali o emotive) sono soprattutto i genitori, i parenti, i mariti di spose bambine, gli allenatori e gli educatori”. Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef), è stato stimato che, nel 2017, su 10 ragazze vittime di rapporti sessuali forzati in 28 Paesi del mondo, ben nove hanno rivelato di essere state vittime di una persona conosciuta o vicina alla famiglia. Si mina, così, anche il senso stesso di contesto famiglia che – ricorda Papa Francesco – è “culla della vita e primo luogo dell’accoglienza e dell’amore, essa ha un ruolo essenziale nella vocazione dell’uomo”. Al contrario, mons. Sorondo denuncia la profonda ferita inferta all’idea di famiglia che matura nelle stesse vittime, perché vi s’aggiunge la difficoltà, per coloro che riescono ad affrancarsi dalla coercizione, ad improntare dei rapporti interpersonali e coniugali fiduciosi: “Questa terribile forma di esclusione (la prostituzione, ndr) può escludere ogni opportunità di filiazione a tutti gli effetti – ha ricordato il cancelliere – sino a negare alle vittime persino la possibilità o il desiderio di maternità”. D’altra parte, il prelato sottolinea come il desiderio di volere dei figli o farsi una famiglia spesso funga da stimolo per reagire alla schiavitù imposta: “Capita che le vittime confessino che ciò che le ha portate ad essere libere e a ricercare la dignità è lo stesso desiderio di avere dei figli”. Alzare argini per arrestare la tratta delle giovani presuppone una ferma posizione dei governi. D’altronde, è lo stesso appello ai governanti con cui don Aldo Buonaiuto ha chiosato il suo libro Donne Crocifisse. Intervistato dal Corriere della Sera, il sacerdote ha proposto il modello nordico, vale a dire la tendenza a rendere corresponsabile della tratta anche il cosiddetto “cliente”. Un atteggiamento ritenuto fondamentale “per cambiare la mentalità di chi compra una ragazza o una bambina per la strada pensando di non fare in fondo niente di male” ha detto il sacerdote dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Dello stesso avviso è mons. Sorondo, che non ha mancato di appellarsi a una maggiore presa di coscienza cristiana dell’antropologia femminile che fughi le nebbie della dottrina della Chiesa: per Sorondo, se san Paolo sottolineava che ‘Il corpo è il tempio dello Spirito Santo’, certamente la questione del “male minore”, così formulata da Sant’Agostino, non ha dato un contributo a dissipare le ombre della prostituzione.

Il traffico d’organi
Nel febbraio 2017, a margine del Summit internazione sul traffico d’organi organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, mons. Sorondo aveva denunciato il silenzio che grava sul turismo dei trapianti. A distanza di due anni, l’appello del cancelliere resta ancora attuale, con l’auspicio di una soluzione adeguata, come la donazione di organi, “l’unico modo per contrastare in accordo con le autorità statali”. Purtroppo, mons. Sorondo denuncia che “fatta eccezione per gli Stati Uniti e la Spagna ed altri pochi Paesi, le donazioni di organi sono insufficienti in relazione ai bisogni della popolazione. Sarebbe, dunque, auspicabile invitare i governi a improntare un protocollo trasparente per implementare leggi che contrastino il traffico degli organi”. Non bisogna, inoltre, dimenticare che questo “crimine contro l’umanità” infligge violenza sulle stesse anime “su cui s’imprimono ferite incurabili, persino più dolorose e profonde rispetto a quelle fisiche”.

In-dignazione e In-differenza
Per sradicare il problema della tratta occorre, accanto all’impegno internazionale, stimare il fenomeno della schiavitù nella sua totalità: “Le cifre più drammatiche – ricorda mons. Sorondo – stimano che al mondo vi sono circa 50 milioni di vittime all’anno e, cosa peggiore, il numero è in continuo aumento”. L’esigenza di un vero e proprio conteggio del problema non deve, però, annullare le campagne di sensibilizzazione. Per remare contro la “globalizzazione dell’indifferenza”, infatti, è necessario informare ed istillare la consapevolezza fra la gente comune. Il problema, come sottolinea il prelato – è che “l’indignazione contro la schiavitù ci disarma, ma anche ci immobilizza. […] Per la sua etimologia, In-dignazione richiama l’assenza di dignità, che ci porta a riconoscerla […] in ogni persona umana”. Il compito dell’uomo, specialmente di ogni cristiano, dovrebbe essere improntato nell’invito del Pontefice contenuto nell’enciclica Laudato sì: “Ci dovrebbero indignare soprattutto le enormi disuguaglianze che esistono tra di noi, perché continuiamo a tollerare che alcuni si considerino più degni di altri. Non ci accorgiamo più che alcuni si trascinano in una miseria degradante, senza reali possibilità di miglioramento, mentre altri non sanno nemmeno che farsene di ciò che possiedono, ostentano con vanità una pretesa superiorità e lasciano dietro di sé un livello di spreco tale che sarebbe impossibile generalizzarlo senza distruggere il pianeta. Continuiamo nei fatti ad ammettere che alcuni si sentano più umani di altri, come se fossero nati con maggiori diritti”. Combattere l’indifferenza riveste una funzione anche politica, oltreché sociale: l’unico strumento per arginare la crescente disuguaglianza nel mondo. Come ha denunciato ad Avvenire Stefano Manservisi, direttore di Sviluppo e Cooperazione Internazionale della Commissione Europea: “Basti guardare al trend che esiste nel mondo, dove ci sono 25-26 persone che possiedono da sole quanto 3,7 miliardi di persone. In Paesi come il Sudafrica, l’1 per cento della popolazione possiede quasi il 20 per cento del Pil, per non parlare degli Usa.; a anche in Europa questo fenomeno comincia a mordere in altre forme. Da noi vediamo paure dovute all’accumularsi di tensioni portate da fenomeni come terrorismo e immigrazione irregolare e soprattutto una narrativa che ha enfatizzato i numeri, aumentando le paure stesse. Sulla questione della disuguaglianza dobbiamo parlare il più possibile ai nostri cittadini, per far loro capire che solo attraverso più solidarietà, cooperazione e condivisione si può affrontare quello che è un problema comune”. Una presa di coscienza comune dei limiti sociali dell’era umana rappresenterebbe, così, l’unico mondo per compensare il “contrasto intollerabile” fra l’equa assegnazione dei diritti e l’iniqua distribuzione di dignità e beni nelle nostre società.

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