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1:26 pm - mercoledì Settembre 18, 2019

Il vescovo di Locri, Mons.Oliva: “Grave offesa accostare Polsi alla ‘ndrangheta”

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Una disputa aperta quella sui simboli religiosi in politica. Un tema che, nelle ultime ore, ha iniziato a tenere banco ancor più dei periodi in cui questi erano esibiti sui palchi elettorali.

“Merito” del rimprovero del premier Conte al suo vice, Matteo Salvini, nella sua relazione sulla crisi in Senato, che ha contribuito a focalizzare nuovamente l’attenzione dell’opinione pubblica sull’esposizione della simbologia religiosa o, più in generale, degli affidamenti ai santi durante i comizi. Ma, nel dibattito in aula a Palazzo Madama, a tenere banco sulla questione è stata una frase in particolare, pronunciata dal senatore pentastellato Nicola Morra durante il suo discorso: “Ostentare il rosario e votarsi alla Madonna in terra di Calabria, dove c’è il santuario della Madonna di Polsi al quale la ‘ndrangheta è legata, significa inviare messaggi in codice che uomini di Stato, soprattutto ministri dell’Interno devono ben guardarsi dal mandare”. Una citazione che ha scatenato un’inevitabile bufera e, soprattutto, la reazione del vescovo della Diocesi di Locri-Gerace, mons. Francesco Oliva che, a In Terris, chiarisce le ragioni del proprio dissenso: “L’accostamento alla ‘ndrangheta è un’offesa grave”.

Monsignore, che effetto Le ha fatto sentir nominare nell’aula del Parlamento il Santuario della Madonna di Polsi che tanti Pellegrini richiama nella sua diocesi?
“Mi ha sorpreso che in un’aula così prestigiosa come quella parlamentare si potesse richiamare questo nostro Santuario, sito nel cuore dell’Aspromonte. Nel contesto di un dibattito sulla crisi di governo. A citarlo, in richiamo polemico con l’on. Matteo Salvini, ministro dell’interno uscente del governo Conte, è stato l’on. Morra, Presidente della Commissione nazionale antimafia. L’on. Morra era stato nel Santuario qualche anno fa alla presenza del ministro dell’interno on. Marco Minniti e di alte cariche dello Stato in un convegno sulla simbologia religiosa in contesto di ‘ndrangheta. Il convegno era stato voluto dal prefetto di Reggio Calabria Michele di Bari. In quell’occasione avevo avuto modo di dire che l’usurpazione della simbologia religiosa da parte di uomini di ‘ndrangheta era un’offesa al sentimento religioso della nostra gente del Sud che per la Madonna ha una venerazione innata. Lo stesso senatore Morra, ricordandomi quell’incontro, mi ha espresso il suo rammarico per la citazione che a suo dire non voleva essere alcun accostamento del santuario alla ‘ndrangheta. In realtà l’accostamento del Santuario alla ‘ndrangheta, fatto da troppo tempo, è un’offesa grave a questo luogo che è meta di carovane di giovani e di tanti fedeli del Meridione d’Italia, che con linguaggio semplice e popolare esprimono la propria fede religiosa. Il dibattito parlamentare che ho seguito in diretta mi ha sorpreso molto per il soffermarsi in tono polemico sul tema dei simboli religiosi. L’input era stato dato da uno dei parlamentari che, credo a mo’ di provocazione, aveva ostentato un santo Rosario. La coroncina del Rosario la si vede spesso nelle mani di tanta nostra gente semplice, nelle mani delle nostre nonne, che con essa pregano ed esprimono una religiosità popolare, spontanea e credibile. Ripugna un uso diverso come fosse un amuleto o un oggetto scaramantico. E’ ancor più inaccettabile la sua strumentalizzazione politica. La gente non crede che ostentare il Rosario voglia dire essere uomini e donne di preghiera. A me ha sempre dato tanto fastidio vedere mafiosi portare in tasca un’immagine sacra o recarsi al santuario per implorare la protezione della Vergine prima di compiere i loro turpi affari criminali. Nel convegno che richiamavo definivo blasfemo l’uso da parte dei mafiosi delle immagini sacre, il portarle con sé senza che siano espressione di vera fede religiosa. Altrettanto mi sento di dire se a farlo sia il politico di turno”.

Perché il senatore Morra, secondo Lei, ha associato il Santuario ad un luogo di culto dell’ndrangheta? Ma è possibile che il santuario sia un riferimento per quel tipo di organizzazione?
“Penso che il senatore on. Morra abbia voluto riferire un luogo comune, che collega questo nostro Santuario alla ‘ndrangheta. La cosa infastidisce molto noi che frequentiamo questo santuario e sappiamo quello che si vive in esso. Peccato che in quel dibattito non c’era il tempo per dire degli sforzi che si stanno compiendo per ridare al santuario il suo vero volto e raccontare quanto grazie alla sinergia tra le istituzioni (forze dell’ordine, carabinieri, amministratori locali, Calabria verde, servizio di volontariato sanitario) vi si sta facendo. Pertanto il riferimento – a dir poco – è stato infelice, trattandosi di un accostamento inaccettabile. Continuare ad associare il Santuario della Madonna di Polsi alla ‘ndrangheta non solo non è corretto, ma è ingeneroso e poco rispettoso per chi lavora quotidianamente per ridare ad esso la sua vera identità. E’ da tempo che ci si sta operando per liberare questo luogo da ogni accostamento alla ‘ndrangheta. Anche grazie all’impegno dei vescovi che mi hanno preceduto. Possono essere anche accaduti in passato summit di mafia nei pressi del santuario, come riportato in qualche indagine della Magistratura. Ma noi oggi come Chiesa intendiamo voltare pagina e continuare nel nostro impegno di annuncio del Vangelo, che è annuncio della misericordia del Padre che va alla ricerca della pecorella smarrita, che soffre quando anche uno solo dei suoi figli si allontana. E anche quando dichiara scomunicati i mafiosi, cioè fuori dalla comunione, prega per essi, perché si ravvedano e ritornino sulla retta via. Il santuario di Polsi intende per sempre rinnegare la ‘ndrangheta e qualunque forma di criminalità. Vuole essere solo luogo di spiritualità”.

Al di là della citazione, a che punto è la lotta alla criminalità organizzata nell’area meridionale calabrese?
“Il fenomeno delle mafie e della ‘ndrangheta purtroppo è ormai molto diffuso, si è internazionalizzato, tanto da sfuggire persino alle forze dello Stato che nonostante più sofisticati mezzi d’indagine non riesce a debellare. Oggi ci è molto più chiara la pericolosità di fenomeni criminali come questo. La nostra terra ne soffre tantissimo e stenta a rialzarsi ed a migliorare le sue condizioni sociali ed economiche, anche a motivo del grave condizionamento della criminalità organizzata. La mafia dev’essere combattuta da tutti, dalla Chiesa come dalle istituzioni. Pensare ancora ad una Chiesa alleata con la mafia è un pregiudizio che la mafia apprezza e non ha interesse a smentire. Noi non ci stiamo. Papa Francesco nel giugno del 2014 ci ha fatto una consegna importante di impegno nella lotta alla mafia che intendiamo onorare. Abbiamo chiaro che c’è inconciliabilità tra il messaggio evangelico e ‘ndrangheta. Il Vangelo porta il perdono, la salvezza e la pace, la mafia afferma l’idolatria del denaro, il mercato della morte attraverso lo spaccio della droga. Ma sono convinto che la lotta ad essa richiede sinergie tra le istituzioni. In questo l’impegno diretto ed il ruolo di coordinamento istituzionale della Commissione Nazionale Antimafia è fondamentale. C’è stata negli ultimi tempi una buona collaborazione tra Chiesa e istituzioni civili. Polsi è stata visitata dalle più cariche dello Stato, delle Forze Armate, da prefetti, ministri e sottosegretari, dai presidenti di turno delle Commissioni antimafia. Occorre continuare, sapendo che la mafia non si sconfigge da soli. Se le istituzioni non collaborano fra loro, la mafia se la ride e continua a fluidificare con i suoi loschi traffici di cocaina e malaffare. Credo anche che se non ci si allea nella lotta alla corruzione la mafia diventa imbattibile. Se si è corrotti dentro e ci si piega alla sua logica interna, si diventa mafiosi. La corruzione non è mai di uno solo, richiede complicità. E, per quanto fenomeni diversi, corruzione e mafia vadano a braccetto”.

L’utilizzo massiccio di termini e simboli religiosi quale significato ha dal Suo punto di vista?
“I simboli religiosi hanno grande valore se conservano il loro vero significato. I simboli religiosi valgono per il credente per quello che significano. Senza la fede il simbolo religioso scade di valore. Il portare una catenina o medaglietta al collo da sé sola non è segno di fede. Pregare (non ostentare) il Rosario è devozione mariana. Quando se ne fa un uso distorto o se ne fa una strumentalizzazione politica tutto cambia, viene meno il loro valore religioso: è superstizione, è paganesimo! Il simbolo religioso non è riducibile a livello di un amuleto o di un portafortuna: è segno di un qualcosa che sta oltre, un richiamo al Mistero, al soprannaturale, che solo attraverso la fede può essere colto. Pertanto, l’ostentazione dei simboli religiosi è segno di superstizione che non ha nulla a che vedere con la vera religiosità e quando è un politico a farne uso strumentale dimostra ansia elettorale”.

Qual è la storia della devozione mariana nella sua diocesi?
“E’ una storia che radica nei secoli. Questa diocesi, come tante altre diocesi del meridione d’Italia, è una diocesi mariana. Costellata di santuari in tutto il territorio, in lungo ed in largo, trova nella fede mariana un collante spirituale che dona fiducia, speranza. La pietà popolare mariana è inscritta nel DNA del nostro popolo, è un fattore di unità, di aggregazione sociale. Conferisce identità alla comunità. E’ la vera costituzione sociale e religiosa del nostro popolo. Santuari come quello della Madonna di Polsi in comune di San Luca (RC), di Nostra Signora dello Scoglio di S. Domenica di Placanica (RC), e tutti i santuari mariani presenti nei piccoli come nei grandi centri vedono nel corso dell’anno una numerosissima presenza di fedeli devoti che suscitano domande ed interrogativi anche negli agnostici. C’è una nuova evangelizzazione che parte proprio dai santuari mariani. Da Maria al figlio Gesù il passaggio è breve”.

Il Monaco Rossetti aveva profetizzato negli anni 60 un prepotente ritorno della fede nella vita pubblica. Quali sono lei le cause di questo ricorso così smodato alla religiosità nella vita politica?
“Un ritorno alla fede che vedo proprio attraverso Maria. Il Rosario non ostentato ma pregato è via di riconciliazione e risorsa di crescita umana e spirituale. Mi auguro che la profezia richiamata possa accadere in questo nostro tempo che ha bisogno di ritrovare il coraggio di ridarsi un’etica pubblica senza la quale la società e la stessa democrazia vanno a rotoli, la corruzione dilaga e il bene comune è scartato. Il ricorso al sacro anche nel mondo laico è segno d’impotenza nel perseguire con le proprie forze quegli obiettivi che sembrano essere umanamente irraggiungibili. E’ in ultima istanza invocazione d’aiuto”.

La Chiesa è stata colta di sorpresa da una fase politica che si appropria di simbologie e riferimenti religiosi
“Nessuna sorpresa. La Chiesa sa che nel cuore di tutti c’è un bisogno di Dio. Esso può esprimersi in tanti modi e in circostanze imprevedibili. Non so fino a che punto il richiamo alla simbologia religiosa sia però elemento decisivo di un ritorno al bisogno religioso e non una semplice moda. Ci sono segnali contrastanti che provengono da quanti nell’affermare la laicità dello Stato avversano i simboli religiosi. Solo a modo di esemplificazione richiamo la corrente di pensiero che osteggia la presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche o negli edifici pubblici”.

Ci racconta qualche particolare storico del Santuario citato nel dibattito parlamentare?
“Potrebbero essere tanti i fatti da ricordare recenti o passati. Penso alla festa di popolo che ogni anno si celebra l’1-2 settembre, alle carovane di giovani che dopo lunghi percorsi e difficili sentieri arrivano stremati ai piedi della statua della Vergine della Montagna, di origine messinese, risalente al XVI secolo. Penso alle file di penitenti che si accostano al sacramento della confessione. Penso al lavoro dei sacerdoti e rettori del Santuario. Penso al ritrovamento della Croce da parte di un pastorello nell’XI secolo ancora custodita nel Santuario oggetto di grande devozione. E’ l’evento che ha dato origine al santuario, ove è allestito un museo che conserva oggetti sacri di pietà popolare ma anche di inestimabile valore storico-artistico. Penso all’impegno del santuario nell’accogliere tantissimi profughi durante la seconda guerra mondiale. Penso a fatti di sangue come all’assassinio di don Giuseppe Giovinazzo trucidato dalla mafia nel 1989 mentre era di ritorno da Polsi”.

Lei che conosce il suo gregge invece, come descrive i suoi fedeli e quindi come sono i cristiani della Sua diocesi?
“E’ gente semplice, di profonde radici cattoliche. Un popolo che va orgoglioso della sua pietà popolare, legato alle sue tradizioni, che ama poco le novità in campo religioso. Un popolo molto accogliente, che conserva una grande dignità, che soffre per i tanti diritti negati, che non accetta di essere emarginato e trascurato dalle istituzioni, che spesso guarda al passato perché non vede segni di speranza nel futuro”.

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