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10:26 am - lunedì Ottobre 14, 2019

Il caso Dj Fabo, il dramma che riaprì il dibattito sul fine vita

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La sua vita cambiò nel volgere di qualche secondo, rientrando da una di quelle serate che Fabiano Antoniani, per tutti Dj Fabo, trascorreva facendo divertire gli altri a suon di musica. La sua musica.

Tornava da Milano quella sera, quando la sua auto rimase coinvolta in un incidente stradale che avrebbe cambiato tutto e lo avrebbe cambiato per sempre. “Sono sempre stato un ragazzo molto vivace. Un po’ ribelle, nella vita ho fatto di tutto. Ma la mia passione più grande è sempre stata la musica. Così divento Dj Fabo”. Questo lo scrisse al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel 2017, dopo anni di terapie e tentativi di cura senza esito. Perché in quell’incidente Fabo perse la vista e l’uso del suo corpo, restando tetraplegico e iniziando quella che, dopo anni, arriverà a non definire più vita: “Le mie giornate sono intrise di sofferenza e disperazione – scrisse -, non trovando più il senso della mia vita. Fermamente deciso, trovo più dignitoso e coerente, per la persona che sono, terminare questa mia agonia”.

La fine
Dj Fabo scelse, nel febbario 2017, di chiedere aiuto per morire e terminare così quella che definiva un’agonia. Una decisione che, come affermò, aveva maturato con consapevolezza, rivolgendosi al proprio Stato affinché lo aiutasse in quel suo ultimo percorso. Non andò così: Antoniani morirà in Svizzera, in una clinica nei pressi di Zurigo, dove si era recato accompagnato dalla sua fidanzata e da Marco Cappato, dell’associazione “Luca Coscioni”. Poco prima di morire aveva inviato un messaggio: “Sono finalmente arrivato in Svizzera, e ci sono arrivato purtroppo con le mie forze e non con l’aiuto dello Stato. Volevo ringraziare una persona che ha potuto sollevarmi da questo inferno di dolore, di dolore, di dolore. Questa persona si chiama Marco Cappato e la ringrazierò fino alla morte”. Fu proprio Cappato, quel 27 febbraio, ad annunciare il decesso di Dj Fabo, notizia che colpì profondamente l’intero Paese, ancora impegnato in un delicatissimo dibattito sul fine vita.

Le reazioni
Fabiano Antoniani scelse di morire perché aveva perso la speranza. In un video, pubblicato poco prima della sua morte, affermò di non soffrire di depressione ma di sentirsi umiliato dalle proprie condizioni. E questo provocò dolore nel mondo cattolico: “La morte di un uomo – scrisse Famiglia Cristiana – è sempre una sconfitta. Nel caso di dj Fabo non perché l’Italia non gli ha dato una ragione per morire ma perché nessuno di noi è stato in grado di offrigli una ragione per andare avanti e sfuggire alla disposizione. Da qui, forse, bisogna ripartire: di fronte al dolore, alla sofferenza, al limite, una società davvero civile non dà l’eutanasia ma si sforza di dare un senso alla fragilità”. Anche il medico e presidente del Comitato promotore del Family Day, Massimo Gandolfini, espresse il suo cordoglio affermando di aver accolto “con grande tristezza” la notizia: “Dno ad ogni forma di eutanasia, anche quella nascosta sotto il principio dell’autodeterminazione del paziente”. Da medico non posso accettare che siano avanzate proposte legislative che riducano il ruolo degli operatori sanitari a meri esecutori di un percorso di morte. La legittima contrarietà ad ogni forma di accanimento, non può comunque portare alla vincolatività delle disposizioni anticipate perché svilisce il ruolo e il dovere deontologico del medico che è sempre di sostegno alla vita e alla salute. Il suicidio assistito è infatti una scelta in contrasto con tutta la storia e l’ontologia della medicina”.

Il processo
Cappato si sarebbe autodenunciato l’1 marzo, dopo essere stato indagato e venendo qiundi accusato di aiuto al suicidio, reato previsto dall’articolo 580 del codice penale, con pene previste dai 5 ai 12 anni di carcere. Dopo due mesi, arriva la richiesta di archiviazione da parte dei pm Tiziana Siciliano e Sara Arduini, poiché “le pratiche di suicidio assistito non costituiscono una violazione del diritto alla vita quando siano connesse a situazioni oggettivamente valutabili di malattia terminale o gravida di sofferenze o ritenuta intollerabile o indegna dal malato stesso”. La richiesta verrà respinta dal gip per due volte e, il 10 luglio, verrà decisa l’imputazione coatta. Cappato richiederà il giudizio immediato il 5 settembre, “perché voglio che in Italia finalmente si possa discutere di come aiutare i malati a essere liberi di decidere fino alla fine”. Prima del pronunciamento della Consulta, il Parlamento non sarebbe riuscito a legiferare sul tema.

La posizione della Chiesa
“È una sconfitta grave e dolorosa per tutta la società, per tutti noi, perché la vita umana trae spunto, forza e valore anche dal fatto di vivere dentro delle relazioni di amore, di affetto, dove ognuno può ricevere e può donare amore. Fuori da questo è difficile per chiunque vivere, la solitudine uccide più di tutto il resto”. Con queste parole l’allora presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, descrisse in un’intervista al Tg5 la morte di Dj Fabo, avvenuta il giorno prima. Una questione sulla quale si espresse in quei giorni anche mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita: “La vita è un dono, la vita va custodita, va sostenuta, va aiutata, va sempre difesa: e questo vale per la vita di chi deve nascere, per la vita di chi è condannato a morte, per quella di chi è condannato dalla fame, per quella di chi è condannato dalla violenza… Il problema non è la vita in astratto, ma le persone. Vanno difese le persone perché vivano nel miglior modo possibile, sempre, in qualsiasi situazione si trovino”. Come avvenuto per il mondo laico, il tema del fine vita ha attraversato anche gli istituti ecclesiali, tanto che lo stesso Papa Francesco, il 20 settembre scorso, nell’incontro con la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, era tornato sul tema spiegando che “si può e si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia”. Secondo il Pontefice, infatti, “si tratta di strade sbrigative di fronte a scelte che non sono, come potrebbero sembrare, espressione di libertà della persona, quando includono lo scarto del malato come possibilità, o falsa compassione di fronte alla richiesta di essere aiutati ad anticipare la morte”.

Nel frattempo, però, il caso di Dj Fabo aveva acceso un dibattito estremamente acceso, che ha coinvolto non solo gli enti preposti ma anche l’opinione pubblica laddove la delicatezza dell’argomento va a inserirsi nella dimensione più intima dell’animo umano, che va oltre qualsiasi discussione od opinione. Sicuramente, la vera necessità risiede nell’investimento nella ricerca e sull’adozione di normative che favoriscano l’assistenza, al fine di fornire un’esistenza dignitosa a chi è costretto ogni giorno a fare i conti con la sofferenza.

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