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11:03 am - martedì Ottobre 15, 2019

Ecco chi ci sta rubando il lavoro

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Voce impostata, pronuncia professionale, look sobrio e occhiali d’ordinanza. Una, due, tre notizie, scandite come meglio non si potrebbe. La perfezione tradisce l’innaturalità della cosa.

Non può essere un uomo e infatti non lo è: si tratta del primo giornalista robot della storia. Sviluppato dall’agenzia di stampa statale cinese Nuova Cina insieme al motore di ricerca Sogu.com, l’anchor man, oltre a leggere le news, può apprendere da solo cosa fare durante le dirette e comportarsi come un esperto e affidabile giornalista professionista. Non solo: è in grado di lavorare 24 ore su 24 sul sito web della compagnia statale, uno dei tre pilastri dei media ufficiali, e su altre piattaforme dei social network “riducendo i costi di produzione e migliorando l’efficienza”. In sostanza: più risultati a fronte di un minor esborso economico.

Competitor
La notizia non scuote solo il già critico, e inflazionato, sistema dei media ma pone interrogativi sui riflessi che l’innovazione tecnologica avrà nel fattore umano all’interno dei processi lavorativi. In soldoni: quante competenze, quante professionalità, quanti posti sono destinati a svanire nei prossimi anni. Tema non di poco conto, cui l’Ocse ha recentemente dedicato uno studio ad hoc.

Lo studio
La ricerca prende in considerazione due parametri, il “significativo rischio di cambiamento” – quando la possibilità che un determinato posto di lavoro venga automatizzato oscilla fra il 50 e il 70% – e “l’alto rischio di automazione”, quando la probabilità di un passaggio da uomo a macchina è superiore al 70%. Il primo dei due parametri, secondo l’analisi, riguarda il 31,6% delle occupazioni attualmente esistenti nell’area Ocse, mentre il secondo il 16%. I Paesi più esposti risultano essere quelli dell’Europa centro-meridionale e orientali, mentre quelli del nord sarebbero più al sicuro. I maggiori rischi li corrono i lavoratori della Repubblica Slovacca, seguiti da Slovenia, Grecia e Spagna. Poche minacce per quanti vivono e operano in Novergia, Finlandia e Svezia dove tanto l’elevato che il significativo pericolo di automazione sono piuttosto bassi. Buone notizie, infine, anche per Nuova Zelanda e Stati Uniti. Differenze si registrano anche all’interno del singolo Stato. In Spagna, ad esempio, alcune regioni presentano maggiori rischi di altre. La cosa positiva, a livello generale, è che nel 60% dei Paesi presi in considerazione la riduzione dell’occupazione è stata compensata dalla creazione di posti di lavoro a basso rischio di automazione.

Italia divisa
L’Italia, secondo l’Ocse, si colloca più o meno a metà classifica, appena sotto il Giappone. Il rischio significativo, nel Bel Paese, coinvolge il 35,5% dei lavoratori, mentre quello elevato il 15,2%. Le zone meno esposte sono Lombardia, Molise, Provincia di Trento, Emilia-Romagna e Lazio. In generale le regioni più avanzate riescono a generare forme di occupazione più al riparo dall’automazione.

Chi rischia di più?
Ma quali sono i lavori maggiormente minacciati? Alla domanda ha provato a rispondere un altro studio, quello del McKinsey Global Institute. Entro il 2030, secondo la ricerca, potrebbero venir meno circa 375 milioni di posti di lavoro. Le più esposte sono le mansioni fisiche, svolte in ambienti standardizzati, quali operai di fabbrica e addetti di fast food. A questi si aggiungono le occupazioni che la raccolta, gestione ed elaborazioni di dati: contabili, impiegati e addetti alla logistica. Ma più che di estinzione del fattore lavorativo umano, McKinsey preferisce parlare di “momento di passaggio”, paragonandolo a quello avvenuto all’inizio del 900, quando la progressiva industrializzazione portò gli agricoltori a spostarsi in città, per cercare fortuna all’interno delle fabbriche. I robot, secondo questo ragionamento, esattamente come i pc negli anni 80 potrebbero non limitarsi a polverizzare i posti di lavoro, ma potrebbero crearne di nuovi. In un mondo diverso.

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