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3:44 pm - venerdì Agosto 23, 2019

Caos a Hong Kong: le ragioni della rivolta

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Il direttore dell’agenzia specializzata Asia News spiega i motivi delle proteste intorno alla proposta di legge sull’estradizione

Proiettili di gomma, lancio di fumogeni e scontri tra manifestanti e polizia hanno scandito il pomeriggio di Hong Kong. Una situazione talmente grave da spingere il presidente dell’esecutivo cittadino, Carrie Lam, a definire le manifestazioni una “rivolta”. In seguito agli scontri che si sono concentrati intorno al quartiere governativo, gli uffici rimarranno chiusi per una settimana. Una situazione che appare la più violenta degli ultimi decenni: almeno 72 persone, infatti, sono rimaste ferite. Due di loro sarebbero in gravi condizioni. I manifestanti protestano contro la proposta del governo della città di estradare i condannati. Per approfondire la questione In Terris ha intervistato in esclusiva il direttore di Asia News, Padre Bernardo Cervellera l’unica agenzia d’ispirazione cristiana specializzata sull’Asia. Il sito ha una edizione in cinese che rappresenta un punto fi riferimento per i cristiani cinesi.

Padre Bernardo Cervellera, la discussione del provvedimento sull’estradizione, l’oggetto del contendere, è stata rinviata. Hanno vinto i manifestanti?
“Si tratta di una vittoria di Pirro. La più decisa a far passare la legge è il capo dell’esecutivo Carrie Lam. Hanno soltanto rimandato la discussione ma lei continua a ripetere che la legge sull’estradizione in Cina è necessaria. Non si rende conto che buona parte della popolazione, quasi tutta la popolazione attiva è spaventata da questa legge. Può fare quello che vuole: la Cina l’appoggerà ma buona parte della popolazione non risponderà più a lei”.

Il governo della città è indipendente?
“Ad Hong Kong il parlamento non è democratico, soltanto la metà dei deputati è votata dai cittadini. L’altra metà, invece, viene nominata dall’esecutivo di Pechino, o da rappresentanti di congregazioni commerciali. Il capo politico della città, prima di passare per il voto deve essere inserito in una rosa di nomi scelti da uomini del Partito, in un rapporto di totale sudditanza. In ogni caso la politica nell’ex colonia britannica è strutturata per non essere mai propriamente democratica. La popolazione che non ha mai potuto dire nulla, nemmeno quando Londra ha ceduto il territorio alla Cina. Adesso, non può dire nulla sulla democrazia anche se i cinesi avevano promesso che entro il 2007 si sarebbe parlato di democrazia totale. Insomma, la popolazione di Hong Kong è solo mano d’opera che viene usata per il commercio”.

In che senso?
“Il controllo della Cina sul piano politico, economico e religioso è sempre più forte. Hanno diminuito drasticamente le libertà alle scuole cattoliche e di tutte le altre scuole religiose. Nonostante Carrie Lam sia una fedele praticante molti movimenti cattolici di base l’accusano di essere un fantoccio in mano a Pechino e di aver svenduto Hong Kong. Lei nega, ma fino ad ora è stata molto obbediente con le richieste che arrivano dal partito. Non è riuscita a ricucire la fiducia dentro la popolazione della città”.

In piazza sono scesi soprattutto giovani. Perché?
“È una manifestazione degli effetti negativi del passaggio della città sotto l’amministrazione della Cina. Pechino continua ad inviare diverse migliaia di cinesi ogni giorno a vivere ad Hong Kong cambiando la demografia. Questo ha degli effetti sulla vita della popolazione locale: gli immigrati accettano lavori con stipendi molto più bassi, simili a quelli del resto della Cina. Questo fa perdere competitività ai giovani di Hong Kong in termini di posti di lavori. I giovani che scendono in piazza lo fanno per il loro futuro, hanno la percezione che non ci sia più spazio per loro città”.

Quali sono gli obbiettivi del Partito per la città?
“Il sogno di Pechino è di riunificare tutte le nazionalità cinesi. Ne ha tutto il potere, il peso diplomatico e la voglia. Il modo in cui sta trattando la popolazione di Hong Kong spaventa moltissimo la popolazione di Taiwan, l’isola cinese indipendente, che guarda con crescente sospetto la possibilità di riunificarsi con la Cina”.

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