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9:46 am - mercoledì Agosto 21, 2019

Calcio e immigrazione: la storia di Roberto Kettlun

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“Sono palestinese, ma anche italiano: mia mamma è ligure, mio nonno materno è nato a Genova”, Roberto “Peto” Kettlun l’ex calciatore del Palestino,

la squadra della comunità palestinese di Santiago del Cile, è un crogiolo di culture diverse: “Il mio bisnonno paterno era un palestinese cattolico, nato a Betlemme”, nome che pronuncia in arabo. “Quando mio nonno era molto piccolo, lui e la sua famiglia sono scappati dalla povertà e dalle persecuzioni andando a Homs, in Siria. Da lì sono emigrati ad inizio secolo e sono venuti qua in Cile. Sono cresciuto in una casa in cui si alternavano le spezie e i profumi della cucina mediorientale con i piatti della tradizione mediterranea”.

La storia
Roberto, che tutti chiamano Peto, ha una storia calcistica molto particolare, che sembra percorrere diverse delle tappe affrontate dalla sua famiglia: ovviamente, ha giocato nel Palestino; poi è andato in Grecia, poi ancora in Italia, con esperienze tra le altre a Brindisi e a Teramo, poi, finalmente, in Palestina, dove ha giocato nell’Hilal Al-Quds di Gerusalemme. Peto ha concentrato su di sé l’attenzione della cronaca, non solo sportiva, il primo settembre del 2014. In quella data l’attuale vicepresidente dell’F.c. Internazionale Milano – ed ex capitano della squadra – Javer Zanetti organizzò allo Stadio Olimpico di Roma, con la benedizione di Papa Francesco, “La partita per la pace”, un evento per raccogliere fondi per beneficienza. Molte furono le stelle invitate: Roberto Baggio, Diego Armando Maradona, Ivan Zamorano e Carlos Valderrama tra gli altri. Nella lista erano compresi anche due calciatori palestinesi, Peto Kettlun e Saeb Jendeya, 39 anni, che detiene il primato di presenze con la maglietta della nazionale palestinese. “La sua casa è stata distrutta durante i raid israelianidelle scorse settimane sulla striscia di Gaza, dove Saeb vive” raccontò Kettlun a ilfattoquotidiano.it. “Ha perso tutto, compreso il passaporto. A una situazione precaria, fatta di difficoltà quotidiane, si è aggiunto il problema del passaporto. Saeb non ha fatto in tempo a rifarlo” racconta il calciatore al sito di informazioni italiano. Così Peto “d’accordo con la Federcalcio palestinese” decise di partecipare all’iniziativa lanciando un segnale “non scendendo in campo. Ne ho parlato con Zanetti e con Damiano Tommasi, una persona splendida che è anche venuta in Palestina negli scorsi anni, spiegando chiaramente che non c’erano le condizioni per vestire maglia e pantaloncini”. Un rifiuto che, come sottolinea lo stesso calciatore, non ha nulla a che fare con quello del palestinese Mohamed Aboutreika che nel 2014 si rifiutò di giocare con degli israeliani. “Il motivo del suo ‘no’ non aiuta il processo di pace, soprattutto se arriva in occasione di un evento mediaticamente importante. Rispetto la sua posizione ma non la condivido. Non si costruisce così un mondo dove la religione non sia motivo di guerra e odio. Ecco perché era importante per noi esserci, nel modo che abbiamo ritenuto più giusto per rispettare l’evento e far sentire la nostra solidarietà nei confronti di Saeb”. Roberto è un idolo per i supporter della squadra, che tuttavia non sono solo discendenti della comunità: “anche se abbiamo tifosi palestinesi in tutto il Sud America, calciatore della squadra che ha giocato anche nella Nazionale palestinese, sono legati ai nostri colori anche ragazzi di Santiago cresciuti nei quartieri vicino allo stadio, gente che con la Palestina non c’entra nulla. In generale, siamo una squadra che incontra molte simpatie: ci guardano con affetto anche tifosi di altre squadre per le nostre numerose attività sociali e antidiscriminazione, oltre che per la questione palestinese”.

La squadra
In realtà il Palestino è presente sulla scena sportiva (e non solo) del Cile fin dall’inizio del 1900. Il club nasce nell’agosto del 1920, su iniziativa di un gruppo di immigrati palestinesi. All’inizio è una specie di centro ricreativo dove si può praticare tennis, pallacanestro o nuoto, oltre al calcio. L’obiettivo è di tenere unita la comunità palestinese e di dare ai giovani un’occasione per identificarsi con le proprie origini. I primi 32 anni del Palestino trascorrono nelle paludi del dilettantismo. Poi, nel 1952, il club viene ammesso nella Asociación Central de Fútbol (come si chiamava allora la Federazione Calcio del Cile) e disputa il suo primo campionato in Segunda Division (la serie C). Già nel 1949 “La sezione del Futbol si stacca dalle altre, diventando indipendente e dando vita al Club Deportivo Palestino, così come lo conosciamo oggi”, ricorda l’attuale presidente della squadra, Jorge Uauy Salvador. La squadra deve aspettare solo una stagione per conoscere la gloria: nel 1952 il club vince la seconda divisione, ottenendo così la promozione nel massimo campionato. I successi sembrano destinati a non finire mai: dopo appena due anni, nel 1955, la squadra vince il campionato nazionale. In realtà, subito dopo si apre una lunga fase non proprio felice che si trascina fino all’inizio degli anni Settanta, quando invece il club conosce un nuovo rilancio. Sotto la guida carismatica di giocatori come Elías Figueroa, difensore, e Óscar Fabbiani, attaccante, il Palestino (o Tino, come viene chiamato dai tifosi) vince due coppe nazionali e, nel 1978, anche il suo secondo campionato.

Papa Francesco con la maglia del Palestino

La Palestina e il Cile
L’emigrazione dalla Terra Santa verso il Sud America “comincia alla fine dell’Ottocento; si riaccende con un ritmo più cadenzato negli ultimi anni dell’impero Ottomano e durante il mandato britannico sulla Palestina. L’onda migratoria torna ad essere forte nel biennio ’47-’48, fino ad arrivare al 1967”, spiega Paolo Maggiolini, ricercatore dell’Istituto di Politica Internazionale (Ispi). Alcuni studiosi parlano anche di diaspora palestinese, conclude Maggiolini. Per quanto non esistano censimenti ufficiali, la comunità palestinese in Cile è riconosciuta come la più grande fuori dal Medio Oriente. A fianco della comunità c’è il Palestino, squadra di calcio campione in carica della Copa de Chile, che nel 2014 il Presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e dello Stato palestinese Mahmud Abbas ha definito “la seconda squadra nazionale per tutto il popolo palestinese”. La questione dei legami con la terra di origine rimane centrale per il club. Il presidente Salvador sostiene che la forza del club sia proprio nella sua natura trasversale: “Non siamo una società sportiva che fa politica. Il Palestino rimane una squadra di calcio moderna che non rinuncia alle sue radici. Riuscire a coniugare il nostro motto “Más que un Equipo, todo un Pueblo” (più che una squadra, un popolo intero) con la componente sportiva è la nostra grande forza”. Un legame forte con la madrepatria dunque, che negli ultimi tempi si è andato stringendo. È del 2014 la decisione di sostituire il numero uno sulle maglie dei giocatori con la sagoma della cartina della Palestina storica (prima, cioè, della creazione dello Stato di Israele), che è molto simile proprio all’uno. Una scelta che ha acceso la polemica con la comunità ebraica. La Federazione Palestinese del Cile è stata costretta a diramare un comunicato in cui si diceva dispiaciuta “che la comunità sionista cilena voglia portare il conflitto del Medio Oriente nel nostro Paese, cercando di macchiare la storia dei palestinesi cileni e il contributo fondamentale che il Club Deportivo Palestino ha dato allo sviluppo dello sport nel nostro Paese”.

I rapporti
Un rapporto che, nel calcio moderno, si coniuga con sponsor e fondi. A partire dal 2010, dopo una visita di una delegazione del Palestino, la Bank of Palestine ha avviato un rapporto di sponsorizzazione con il club: i risultati dell’iniziativa sono stati così soddisfacenti da spingere la banca ad aprire una sede in Cile. La sede sudamericana si occupa principalmente di investimenti non finanziari, consulenza e in particolare dei rapporti con i Palestinesi emigrati. La banca preferisce non rispondere alle nostre domande, ma in una intervista pubblicata nel novembre del 2017 dal Pulso, inserto del quotidiano cileno La Tercera, il Presidente della banca dichiarava: “Il Cile è un paese dal quale abbiamo imparato molto e che ammiriamo per la sua crescita costante e per il suo livello di sviluppo. Speriamo sia una piattaforma anche per raggiungere altri Paesi dell’America Latina, visto che è un riferimento nella regione”.

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