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11:09 am - lunedì Ottobre 14, 2019

Bambini adottati: liberi o sorvegliati?

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Da dove vengo? Chi sono i miei genitori? Sono gli interrogativi che attanagliano molti figli adottivi che, raggiunta l’età dell’adolescenza, si mettono alla ricerca delle proprie origini biologiche.

Questo tema sarà discusso al convegno nazionale di due giorni che si terrà l’1 e 2 novembre 2019, al Centro congressi ‘San Giovanni’, Cittadella-Pro Civitate Christiana di Assisi (PG) organizzato da Ai.Bi. – Amici dei Bambini, principale ente privato italiano nel settore delle adozioni internazionali. Per prepararlo, Ai.Bi. ha svolto un seminario estivo con il coinvolgimento di enti, organismi, famiglie adottive e persone adottate che si è tenuto a Casino di Terra
(Pisa) il 28 agosto, dal titolo Ricerca delle origini: quale necessità, con la partecipazione del prof. Francesco Belletti, direttore del CISF – Centro Internazionale Studi sulla Famiglia. Con questa iniziativa il presidente dell’Ai.Bi, Marco Griffini ha voluto approfondire e rivedere il “mito del vincolo biologico” parlandone a In Terris. “Se oggi una persona adottata non si pone il problema della ricerca delle origini non è considerata ‘normale’. E ciò vale anche per i genitori adottivi. Così la ricerca delle origini è diventato per molti un percorso al limite della schizofrenia”, ha spiegato Griffini.

Presidente, perché avete voluto affrontare la questione dei ragazzi adottati che si affannano nella ricerca delle loro origini biologiche?
“Perché, molto spesso, le argomentazioni su questo tema seguono facili scorciatoie verso l’interpretazione della cosiddetta ricerca delle origini come di un diritto. Questo in virtù di una tendenza della società contemporanea a rappresentare qualsiasi istanza degli individui come un imperativo cui dover aderire ‘a prescindere’, perché, per la realtà sociale in cui viviamo, non solo la libertà ma addirittura i capricci individuali non devono avere limiti, senza considerare eventuali diritti esercitabili da altri soggetti comunque coinvolti, trasformandosi automaticamente in un’istanza da sostenere e garantire, anche per legge, ad ogni costo. Ma non è così e serve una riflessione approfondita. Serve una distinzione tra un ‘legittimo desiderio’ e un ‘presuntuoso diritto’; occorre svelare e dire quanto le proprie ‘origini’, di sangue e di terra, non siano automaticamente da considerare come il proprio originario fondamento. C’è insomma un ‘mito del vincolo biologico’ che è da rivedere. E ciò vale anche per i genitori adottivi. Così la ricerca delle origini è diventato per molti un percorso al limite della schizofrenia”.

Sembra che i social network abbiano sollecitato questa inclinazione, non è vero?
“Certo, perché quella che è l’era della trasparenza è, in fondo, anche l’era della sorveglianza collettiva, dove, pur non approfondendo alcun rapporto e sentendosi estranei, tutti possono sapere tutto di tutti e non esiste più una dimensione privata, intima. Così un ragazzo che con il proprio genitore naturale condivide soltanto un legame di sangue, ma che non sa nulla del vissuto di quella persona, attraverso quell’utile ma per certi aspetti pericolosissimo strumento che sono i social può, in ipotesi, arrivare a scandagliarne l’esistenza e facendo, nella maggior parte dei casi, del male soprattutto a se stesso”.

Durante il vostro seminario avete portato testimonianze di ragazzi che non hanno sentito questa necessità. Cosa hanno raccontato?
“Iniziamo col dire che, oggi, se una persona adottata non si pone il problema della ricerca delle origini non è considerata ‘normale’, proprio in virtù delle considerazioni fatte in precedenza. Ecco, questi ragazzi hanno raccontato proprio questo. Come siano a volte guardati come extraterrestri per il solo fatto di non manifestare questo desiderio e di sentirsi pienamente ‘figli’ dei propri genitori adottivi, quelli che, magari, hanno tenuto loro la mano quando da piccoli non riuscivano ad addormentarsi o che hanno gioito dei loro successi e pianto insieme a loro per le sconfitte. Ma le riporto l’intervento di una ragazza che ha detto una frase bellissima, riguardo alla propria madre naturale, ossia che ‘non c’è bisogno di andare a cercarla’ perché la gratitudine
per averla messa al mondo lei ‘di sicuro la sta sentendo nel suo cuore’. E, del resto, cosa potrebbe accadere piombando all’improvviso nella vita di qualcuno di cui non si conosce il vissuto? E se l’incontro desse origine a un rifiuto? Quali emozioni potrebbero scatenarsi? Davvero farebbe bene?”

Negli ultimi anni c’è stato un crollo delle adozioni malgrado l’Italia resti il secondo Paese al mondo per numero di adozioni internazionali portate a termine. Questo trend è dovuto anche all’aumento delle tecniche di procreazione assistita, insomma alcuni considerano l’adozione l’ultima spiaggia….
“Verissimo e assurdo. Oltre che ingiusto nei confronti dei tanti bambini abbandonati che, nel mondo, attendono di poter diventare di nuovo ‘figli’, di poter abbracciare una famiglia. E chi meglio dei genitori che non riescono a procreare potrebbe aprire loro le braccia? Si tratta quasi di ristabilire un equilibrio. Anche perché la convinzione che ricorrere alla PMA sia più semplice rispetto all’adozione è del tutto sbagliata! I dati più recenti dimostrano come le percentuali di successo delle tecniche di PMA senza donazione di gameti, considerando come indicatore la percentuale di gravidanze su cicli iniziati, si attestino su un valore medio effettivo di due su 10. Nove su 10, con lo stesso termine di paragone, sono quelle che, dopo aver conferito l’incarico a un ente autorizzato, riescono a portare a termine l’adozione internazionale di un minore abbandonato”.

Voi avete sempre combattuto anche contro la pratica dell’utero in affitto. Insomma un figlio si accoglie non si compra, vero?
“Certo. Mentre in Occidente c’è chi reclama l’utero in affitto come una ‘battaglia di civiltà’, in Paesi come il Kenya, che attualmente ha bloccato le adozioni internazionali di minori in stato di abbandono, i bambini vengono ‘comprati’ da madri povere, costrette a vedersi strappato il neonato dal grembo per il capriccio di coppie non solo omosessuali, in cambio di un pagamento in denaro. Le sembra una cosa giusta?”

In questi giorni lei ha inviato un monito al nascente governo giallo-rosso, dopo che sono tornate a circolare le voci su una possibile riforma delle adozioni voluta dalla Cirinnà. Lei ha detto che il diritto a una mamma e un papà di un bambino abbandonato non si tocca…
“Un monito che rivendico. Non scherziamo, non si può fare propaganda sulla pelle dei bambini abbandonati, già costretti ad aver subito la più grande ingiustizia della Terra. Il contesto generato dalla prossima compagine governativa non deve essere il presupposto per scatenare sui minori una forsennata battaglia ideologica, senza considerarne le conseguenze a lungo termine”.

Dunque cosa serve per incentivare le adozioni?
“Oggi c’è sfiducia nell’adozione internazionale per come è stata bistrattata dalla politica e dai Governi che si sono succeduti negli anni. Quando nel 2011 Carlo Giovanardi lasciò la Presidenza della CAI (Commissione Adozioni Internazionali) i bambini adottati erano stati 4mila in un anno mentre nel 2018 sono stati circa 1300. Senza una spinta propulsiva a livello politico, se il governo non investe e non tiene rapporti con i Paesi esteri attraverso il primo motore diplomatico dell’adozione internazionale, ovvero proprio la CAI, non può esserci una svolta. La vicepresidente attuale, dottoressa Laura Laera, sta lavorando bene dopo la disastrosa gestione di chi la aveva preceduta, Silvia Della Monica, ma il presidente del Consiglio Conte, che ne detiene la presidenza, avrebbe dovuto delegare il proprio ruolo in tale consesso al ministro competente in materia di Famiglia. Invece, in virtù di divergenze ideologiche tra Cinque Stelle e Lega, non è accaduto. Ai tempi di Giovanardi la commissione si riuniva una volta al mese. Ora capita addirittura che le riunioni non abbiano il numero legale, pazzesco. Ma le associazioni e gli enti autorizzati non possono essere lasciati da soli”.

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