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10:29 am - lunedì Ottobre 14, 2019

Abqaiq, cosa c’è dietro l’attacco al petrolio saudita

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“L’attacco al petrolio da parte dell’Iran è un atto di guerra”.

Non ha usato mezze misure il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, che riprende la linea tracciata dal presidente Trump nel definire l’attacco alle raffinerie di Abqaiq, in Arabia Saudita, un piano ordito da Teheran per destabilizzare ulteriormente la regione e, magari, distogliere l’attenzione dal progressivo sganciamento dall’accordo sul nucleare stipulato nel 2015. Pompeo è tornato sulla questione subito dopo un incontro con il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, avvenuto a Gedda e organizzato proprio per discutere di quello che, al netto delle rispettive dichiarazioni delle parti interessate, resta un presunto attacco da parte dell’Iran. Una supposizione visto che, nei giorni scorsi, il raid a colpi di drone era stato rivendicato dai ribelli Houthi, attivi nello Yemen. Una versione che, a ogni modo, non ha mai convinto né Washington né tantomeno Riyad, che ha mostrato in conferenza le carcasse delle testate che hanno colpito Abqaiq assestando un grave colpo alla produzione del greggio saudita, e indicato le traiettorie seguite per raggiungere le raffinerie, indicata come lontana dallo Yemen o da qualunque altro luogo nei pressi della Penisola arabica.

Greggio e business
A dispetto delle dichiarazioni e dei sospetti che vorrebbero il presidente degli Stati Uniti già sul piede di guerra nei confronti dell’Iran, il rischio di un conflitto non appare più immediato di quello legato al rallentamento repentino dell’economia che orbita attorno alla produzione del greggio saudita. L’attacco ad Abqaiq, infatti, ha mollato un colpo quasi da k.o. al principale business di Riyad, costretta a fare i conti con una diminuzione improvvisa delle percentuali di produzione (addirittura del 50%) e, nondimeno, con una brusca frenata degli introiti, essendo costretta a rinunciare a diversi milioni di barili al giorno da immettere su un mercato che ragiona in termini mondiali. Il risultato, perlomeno a stretto giro, vede l’Arabia Saudita costretta a importare petrolio non raffinato da poter rivendere, quasi un unicum per un Paese che basa quasi la totalità del suo business sul greggio. A sostegno degli alleati sauditi, lo stesso Trump ha aperto i rubinetti delle riserve americane. In sostanza, una situazione ben più impellente rispetto alle ipotesi formulate in merito alle possibili repliche contro Teheran, congiunte o meno (l’unico ad aver prestato seria considerazione a Trump sembra essere stato il premier britannico Boris Johnson), visto che va a coinvolgere non solo gli attori interessati come l’Arabia Saudita e i suoi alleati americani ma anche tutti gli altri Paesi che di questa grossa branca del mercato del petrolio ne beneficiano, Italia compresa.

Giochi economici
Il punto critico, a ben vedere, riguarda proprio questo aspetto. Perché se da un lato il sospetto che dietro l’attacco ad Abqaiq ci sia Teheran è bastato per spingere il presidente Trump a darci ancora dentro con le sanzioni (“I have just instructed the Secretary of the Treasury to substantially increase Sanctions on the country of Iran”), dal governo iraniano alzano le barricate, sostenendo la propria estraneità all’attacco e minacciando ritorsioni immediate al primo atto ostile nei loro confronti. Minacce reciproche che pongono probabilmente in fase di stallo il rischio che la miccia esploda ma che, allo stesso tempo, non distolgono l’attenzione dalla tensione in atto fra i due Paesi. Il sospetto di una regia iraniana dietro l’attacco rivendicato dagli Houthi (che peraltro ne minacciano altri) trova linfa proprio nella situazione di attrito che intercorre fra due Stati che, negli ultimi mesi, hanno ripetutamente alzato i toni constatando l’impossibilità, al momento, di un confronto quantomeno diplomatico. Le sanzioni monstre imposte al petrolio iraniano, infatti, hanno sortito effetti forse maggiori dello sganciamento di Trump dall’accordo sul nucleare, al quale Teheran ha reagito incrementando i livelli di uranio, tirando in ballo l’Europa affinché trovi una soluzione per aggirare i vincoli dei dazi e salvare l’intesa di Obama che la vede parte interessata. Un modo per fare la voce grossa? Forse, ma anche per ribadire che anche l’Iran è in grado di giocare un ruolo di primo piano nella disputa sul Medio Oriente, sia da un punto di vista economico ma anche su un piano militare. Una strategia della tensione che, al netto delle necessarie conferme, ha visto i suoi picchi massimi dapprima nella crisi del Golfo Persico e nella destabilizzazione del traffico mercantile attraverso lo Stretto di Hormuz e, ora come ora, nel sospetto di un colpo inferto deliberatamente a una delle principali raffinerie petrolifere del mondo. Tanto per ribadire, qualora fosse davvero opera sua, che Teheran è in grado di colpire proprio quel businnes da cui i dazi sul petrolio lo hanno estromesso.

Teheran e Riyad
In sostanza, chi rischia di uscire rafforzato dal caos post-raid sembra essere proprio Teheran. E non soltanto per aver dimostrato di poter assestare colpi pesantissimi ai propri vicini ma anche per l’aver mantenuto una posizione di forza negoziale rispetto agli Stati Uniti, orientati verso una politica più attendista di quanto il rafforzamento dei reparti militari nell’area lasci pensare. Situazione diametralmente opposta per l’Arabia Saudita: “Da questa situazione – ha spiegato a In Terris Irene Pasqua, research trainee Medio Oriente e Nord Africa dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) – Riyad, che ha trascinato Trump a un confronto diretto con l’Iran, ne esce vulnerabile, sia dal punto di vista politico che militare, perché Teheran ha dimostrato di poter infliggere enormi danni a dei target strategici, mentre il presidente americano ha dimostrato di adottare nei loro confronti una tattica più difensiva che aggressiva. Con una certa cautela, si potrebbe dire che il Regno rischia di trovarsi forzato a dover cercare un modus vivendi con l’Iran: cioè, far fronte, meno spalleggiata del previsto, a una potenza che si è rivelata forte dal punto di vista sia militare che politico e, in un certo senso, anche economico perché Teheran è riuscita in questi anni a sviluppare l’arsenale militare che oggi possiede nonostante le forti sanzioni che gli sono state inflitte. E questo non è banale: l’Iran possiede il maggior arsenale missilistico della regione, delle competenze in ambito cyber, una flotta sottomarina, tutto questo nonostante le sazioni”.

Il corollario
Resta il fatto che, al netto di qualche smentita sul piano dell’ufficialità delle fonti, l’unica rivendicazione arrivata per l’attacco di Abqaiq resta quella Houthi. Un dato significativo dal momento che l’aver individuato nell’Iran il presunto responsabile del raid (studiando la traiettoria delle testate) non cancella né la possibile ulteriore presa di posizione da parte della fazione yemenita contro Riyad né il ruolo dell’Arabia Saudita di attore in campo (proprio contro gli Houthi) nell’ambito della guerra civile in Yemen. Un Paese vessato da una delle più gravi quanto invisibili crisi umanitarie, tanto da rendere lecito il sospetto, visti i ruoli e le alleanze in campo, di un’ulteriore escalation a danno della popolazione civile da contrapporre al delicato equilibrio raggiunto dalle grandi potenze in Medio Oriente: “E’ una questione interessante – ha spiegato Pasqua – ma è difficile dare una risposta. Tendenzialmente, visto e considerato il fatto che, al di là di queste prime rivendicazioni, è stato poi successivamente chiarito che nessun documento ufficiale è stato rilasciato, mi viene da pensare che il responsabile sia chiaro. Non credo che ci saranno delle ripercussioni dirette in Yemen. Detto questo, chiaramente giocano un ruolo importante anche tutti quei terreni di conflitto che sono delle ulteriori realtà all’interno di questa crisi fra Iran e Stati Uniti. E’ difficile prevedere cosa accadrà in contesti così mutevoli ma, a conseguenza di questi attacchi, non credo ci sarà una ripercussione diretta nel Paese”.

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