America2020: Biden sceglie ministri, Trump licenzia

America2020: Biden sceglie ministri, Trump licenzia

Novembre 19, 2020 Off Di redazione
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Il presidente eletto scegli i nomi per la sua squadra di governo, ma il tycoon non ha alcuna intenzione di mollare e mentre taglia teste nel suo esecutivo, vara un importate ridimensionamento della presenza militare in Afghanistan e Iraq. E continua a tenere d’occhio l’Iran, al quale potrebbe riservare la ‘sorpresa’ finale
Una nazione, due leader. Il presidente eletto Joe Biden continua a ricevere i complimenti dei capi di Stato e fa le prime nomine di governo. Donald Trump continua a governare: annuncia il taglio a 2.500 truppe Usa in Afghanistan e Iran entro metà gennaio, prepara un nuovo round di sanzioni contro la Cina e starebbe valutando, dice il New York Times, la possibilità di attaccare un sito nucleare iraniano.

Non intende mollare la presa fino alla fine, non desiste sui ricorsi legali contro i presunti brogli elettorali e non intende lasciare la Casa Bianca neppure per le festività del Ringraziamento che tradizionalmente trascorre con la famiglia a Mar-a-Lago, in Florida.

Biden ha parlato ieri con il primo ministro indiano Narendra Modi, con il presidente cileno Sebastian Pinera, con il premier israeliano Benjamin Netanyahu e con il presidente sudrafricano Cyril Ramaphosa. Ha annunciato la nomina di 3 fedelissimi, pescando nel team della sua campagna presidenziale.

Steve Ricchetti, 63 anni, assumerà il ruolo di capo stratega; Jen O’Malley Dillon, 44 anni, quello di vice del capo di gabinetto, Ron Klain, 59 anni; Cedric Richmond, 47 anni, deputato e presidente del Congressional Black Caucus, è stato incaricato di dirigere l’Ufficio di collegamento con Capitol Hill.

L’ex vice presidente ha promesso un governo che rifletta la diversità dell’America. Si parla della deputata Deb Haaland come ministro degli Interni: sarebbe la prima ministra nativa americana. Anche al Tesoro e alla Difesa si profila una prima volta, quella di una donna. Per il Tesoro sono in lizza Lael Brainard, 58 anni, già sottosegretaria con Barack Obama e membro del board della Federal Reserve, l’ex presidente della Federal Reserve Janet Yellen, 74 anni; Sarah Bloom Raskin, 59 anni, profilo simile a quello di Brainard, già sottosegretaria al Tesoro e poi nel board dei governatori Fed.

Per la Difesa, è in pole position Michele Flournoy, 59 anni, lunga esperienza al Pentagono. Tra i papabili per il dipartimento di Stato c’è Susan Rice, 55 anni, che però potrebbe diventare consigliera per la Sicurezza Nazionale (posizione già ricoperta con Obama) mentre salgono le quotazioni di Chris Coons, 57 anni, senatore del Delaware, grande esperto di Medio Oriente e amico personale di Biden. Per la guida del dipartimento della Giustizia si parla di Sally Yates, 60 anni, che guidò il dicastero nel mese di gennaio 2017, prima di essere licenziata da Donald Trump perché si era rifiutata di far attuare il “Muslim ban”.

Per l’Energia potrebbe tornare al timone l’ex ministro di Obama e fisico nucleare Ernest Moniz, 75 anni, mentre circola anche il nome di Elizabeth Sherwood-Randall, 61 anni, ex sottosegretaria nello stesso dicastero. Per il ministero della Salute c’è Vivek Murthy, 43 anni, che è già co-presidente della nuova task force anti-Covid. Biden dovrà poi trovare una sistemazione a Pete Buttigieg, 38 anni, e Amy Klobuchar, 60 anni, ex rivali dell’area moderata.

Forse Buttigieg potrebbe andare all’Onu, come ambasciatore Usa, mentre l’ala liberal guidata da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez reclama il saldo dei debiti politici contratti nel corso delle primarie. Biden per ora prende tempo, probabilmente in attesa di sapere, dopo i due ballottaggi del 5 gennaio in Georgia, chi controllerà il Senato. Comunque vada, la Camera Alta sarà difficile da gestire. Ieri se ne è avuto un assaggio con la bocciatura della nomina di Judy Shelton nel board dei governatori della Federal Reserve, 47 a 50, complice il voto contrario di due repubblicani (Susan Collins e Mitt Romney) e l’assenza di due Gop, Rick Scott e Charles E. Grassley, positivi al Covid-19. Un terzo senatore repubblicano, Lamar Alexander, era assente, anche lui è contrario alla nomina di Shelton. Il capogruppo Mitch McConnell si è trovato a corto di voti.

Trump formalmente non riconosce la sconfitta, a questo punto soprattutto per impedire a Biden di accedere ai dossier dell’amministrazione, come l’operazione Warp Speed che ha portato ai primi vaccini di Pfizer e Moderna contro il Covid in tempi record. E non si limita a fare nuove nomine, come quella ieri di Brian Brooks, confermato all’agenzia di controllo sulla valuta, di Scott Francis O’Grady, assistant secretary della Difesa per gli Affari di sicurezza internazionale o piazzando Jackie Gingrich Cushman, figlia di Newt Gingrich (molto attivo nella campagna per la rielezione del tycoon) a capo della Adams Memorial Commission, la commissione bipartisan creata per realizzare un memorial federale a Washington Dc in onore del presidente John Adams.

Trump continua pure a licenziare. Ha licenziato in tronco, con decorrenza “immediata”, Christopher Krebs, direttore della Cisa (Cybersecurity and Infrastructure Security Agency), perché ha definito le elezioni del 2020 “le più sicure della storia”.

Entro il 15 gennaio, ovvero cinque giorni prima dell’insediamento del successore, Trump ha ordinato il taglio da 4.500 a 2.500 il numero dei militari americani in Afghanistan e da 3.00 a 2.500 in Iraq. L’annuncio lo ha affidato al ministro della Difesa ad interim, Christopher Miller, che ha precisato di aver informato del piano i leader del Congresso e i partner stranieri. Il tutto a appena una settimana dal siluramento del capo del Pentagono Mark Esper, rimpiazzato da Miller.

Secondo il Washington Post, Trump ha ricevuto un rapporto classificato nel quale gli viene sconsigliato dai generali di ridurre le truppe in Afghanistan. L’advisor per la sicurezza Robert O’Brien garantisce piena convergenza con il Pentagono, spiegando che il presidente sta mantenendo la promessa elettorale di “porre fine alle guerre infinite”.

La notizia è stata accolta con poco entusiasmo dai parlamentari repubblicani, compresi il capo della commissione Forze Armate della Camera, Mac Thornberry, che ha definito il richiamo delle truppe “un errore”, e il leader del Senato Mitch McConnell che ha parlato di “favore a chi vuole fare male” all’America.

Gli Usa sono in Afghanistan dall’ottobre del 2001, dal mese successivo all’attentato alle Torri Gemelle, mentre l’invasione dell’Iraq è scattata nel 2003. Voci Gop, seppure con i guanti, si sono levate anche a difesa di Krebs, come quella del Rob Portman o di Richard Burr.

Nella bufera è intanto finito un fedelissimo di Trump, il senatore Lindsey Graham, che avrebbe chiesto al segretario di Stato della Georgia, Brad Raffensperger, di trovare a tutti i costi un modo per escludere dal conteggio dei voti alcune schede arrivate per posta con firme non congruenti. Lui si è difeso escludendo di aver fatto pressioni per conto di Trump, ma solo per far rispettare le regole, “in qualità di senatore degli Stati Uniti preoccupato dell’integrità delle elezioni”.

Il voto ha allargato la frattura nel Paese. Lo certifica anche l’ultimo sondaggio di Politico-Morning Consult. Per il 46% degli americani, Trump dovrebbe concedere subito la vittoria a Biden mentre il 32% ritiene che debba farlo solo se non è in grado di dimostrare le sue accuse di frode. Tra i democratici, il 72% ritiene che Trump debba ammettere la sconfitta mentre tra il repubblicani la pensa così il 48%, sempre a meno che non possa dimostrare che abbia perso a causa di brogli. Due leader, due Americhe.