Suor Mossucca (Cottolengo): “Coloriamo il bianco e nero della solitudine”

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Nell’emergenza sanitaria suor Lucia è in prima linea nell’unità di crisi Covid: “L’amore per chi soffre è la strategia più efficace contro la pandemia”

Dal 1833 al servizio dei poveri e degli ultimi, la Piccola casa della Divina Provvidenza è una presenza fondamentale per l’assistenza delle disabilità più gravi in Italia e all’estero, con missioni in Africa, Asia e America. “Per far fronte all’emergenza Covid sono state immediatamente messe in atto misure anti-contagio come  la costituzione di una unità di crisi interna gestita dal direttore dell’ospedale: un medico e una dottoressa hanno monitorato e gestito tempestivamente i casi positivi e sospetti”, spiega a Interris.it suor Lucia Mossucca, da vent’anni suora di san Giuseppe Benedetto Cottolengo. Laureata in Scienze Religiose ed in Scienze Infermieristiche. Ha inoltre studiato presso il Pontificio Istitutodi musica Sacra di Roma e Pastorale Liturgica presso il Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo. Dal 2000 vive alla Piccola casa della Divina Provvidenza di Torino e fino al 2016 è stata Coordinatrice presso diversi reparti dell’ospedale Cottolengo. Dal 2016 è direttore della Sezione Musica Sacra dell’Ufficio liturgico diocesano dove cerca di promuovere il canto sacro nelle liturgie scrivendo articoli, libri e organizzando corsi. Serve Dio e il prossimo accogliendo i pellegrini che vogliono visitare la Piccola Casa e aiutando i fedeli a pregare attraverso la cura della liturgia. Esplosa l’emergenza sanitaria, suor Lucia è in prima linea al Cottolongo nell’unità di crisi Covid.

Cosa significa concretamente la pandemia in un luogo di ordinaria lotta al disagio?
“Sono passati  più di tre mese da quando a causa della diffusione del virus Covid-19 anche nella Piccola Casa, luogo di accoglienza per eccellenza, sono iniziate le restrizioni e le chiusure. Le soluzioni attuate per ridurre  il contagio sono state quelle suggerite dal Ministero: ridurre le visite dei parenti, isolare i casi sospetti, utilizzare i presidi di protezione, lavarsi le mani”.

Come si condivide un’emergenza sanitaria con i più fragili?
“Non è stato facile far comprendere alle persone con disabilità psichica che spesso si esprimono con il tatto, la carezza e gli abbracci che bisognava tenere un metro di distanza e non toccarsi. Impresa ardua è stato anche comunicare con le persone anziane o audiolese che sono abituate a seguire il labiale e che a causa della mascherina che copriva il volto intendevano ancora meno”.

Quali sono state nella fase acuta della pandemia le difficoltà maggiori?
“Le persone speciali che abitano al Cottolengo sono abituate a vivere, godere e gioire di piccoli gesti di attenzione, di tenerezza e di compagnia. Spesso i pellegrini che si accingono a visitare l’opera fondata da san Giuseppe Cottolengo si fermano ad osservare la “disabilità” e il disagio degli ospiti e non si accorgono della gioia  e della serenità che abitano queste persone “speciali”. Per molti di loro il problema non è stato non poter uscire perché a causa dei deficit fisici sono abituati a farlo raramente … la vera sofferenza è stata ricevere meno visite, non vedere i volontari, gli amici, i parenti per chi li ha”.

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