La crisi nella crisi: il Covid in Africa, un test per tutti

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Non è solo questione di coronavirus. Non per l’Africa. Troppo variegati i drammi del continente per concentrare l’attenzione globale sul progredire della pandemia, anche se nel complesso è stata superata, dati Oms alla mano, la soglia dei 100 mila contagiati. Un contagio che si è insinuato in maniera difforme sul territorio africano, il che rende di fatto diverse le chiavi di lettura da utilizzare per esaminare la diffusione del virus nei 54 Paesi del continente. Un quadro da analizzare declinando l’emergenza Covid-19 agli effetti che produrrà (o che sta producendo) in un territorio che, nello stesso periodo, si trova a far fronte a una possibile nuova crisi alimentare e, in alcune zone, alla distruzione dei raccolti dovuta a un’invasione di locuste. Drammi che hanno già visto una mobilitazione internazionale (500 milioni di dollari da parte della Banca Mondiale per contrastare la proliferazione degli insetti) ma che, come troppo spesso accaduto, rischia di trasformare l’Africa nel continente che pagherà il prezzo più alto nonostante una pandemia nel complesso meno grave rispetto ad altri continenti.

Quadro difforme

L’incidenza del coronavirus è stata estremamente discontinua sul territorio dell’Africa, con la maggior parte dei casi che, paradossalmente, riguardano due Paesi ai capi opposti del Continente come Sudafrica (20 mila casi circa) ed Egitto (16.513). Ma, nonostante la registrazione di alcune casistiche maggiori al Nord come al Sud, anche nelle stesse fasce di territorio i dati restano contrastanti: solo un caso, ad esempio, in un Paese come il Lesotho, inglobato all’interno del Sudafrica, mentre nell’Africa settentrionale Algeria e Marocco restano numericamente il terzo e quarto Paese per contagi. Questo, nello stesso momento in cui, con riferimento alle ultime 24 ore, non è stato registrato nessuno in Tunisia. Un mosaico quanto mai frastagliato, diversificato come i biomi e i paesaggi che colorano il territorio africano e che deve necessariamente tener conto degli aspetti socio-demografici di ogni tassello. Un unico comune denominatore: le condizioni igieniche quasi inesistenti in tantissime zone e una struttura sanitaria complessivamente fragile, anche nei Paesi più sviluppati.

Frontiere chiuse

Contenere la diffusione del virus in Africa resta la sfida più importante, proprio in virtù di queste ragioni. Nessun Paese sarebbe in grado di far fronte a un’esplosione di contagi simile a quella avvenuta in Europa. Ma priorità della Comunità internazionale dovrà necessariamente essere la messa in campo di misure di prevenzione che possano scongiurare effetti collaterali potenzialmente più devastanti del virus stesso e che rischierebbero di mettere in crisi aree del continente già duramente provate da altre emergenze. Lo aveva evidenziato anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che aveva parlato della crisi alimentare come dell’ondata di coronavirus come portatrice di una possibile nuova condizione di povertà estrema: “La chiusura delle frontiere – è l’allarme di Simone Garroni, presidente di Azione contro la Fame – non avrà solo un duro impatto sulle economie che dipendono, fortemente, dalle importazioni. Limiterà anche i movimenti dei civili che fuggono dalla violenza in aree come il nord del Mali o il bacino del Lago Ciad. Inoltre, tali restrizioni sospenderanno gli spostamenti legati alla pastorizia, uno dei principali settori che garantiscono la sussistenza in queste regioni, incrementando il numero dei pascoli impoveriti e la fame”.

L’impatto del Covid

Sono circa 3.100, al momento, le vittime nel continente africano. Una cifra che, pur nella sua drammaticità, non sfiora gli standard toccati in altre zone del mondo. Un dato che, spiega l’Oms, potrebbe essere in parte determinato dalla fascia d’età relativamente giovane del 60% della popolazione africana (meno di 25 anni). Ed è sempre l’Oms che conferma l’inconsistenza dei sistemi sanitari locali o, comunque, la loro scarsa preparazione per affrontare un eventuale picco dell’emergenza. Una realtà valida non solo per la pandemia ma anche per le altre criticità che, da decenni, caratterizzano il continente africano: “Da anni denunciano l’incremento del numero di donne, uomini e bambini colpite dalla fame. Una piaga che oggi riguarda, complessivamente, 821 milioni di persone – precisa Garroni -. Rischiamo di assistere, a causa dell’avanzata del Covid-19, a una ulteriore recrudescenza delle già gravi crisi alimentari determinate dall’impatto di conflitti e calamità naturali”.

Una crisi nelle crisi

Sono stati numerosi, finora, gli interventi disposti per supportare i servizi sanitari africani, specie nelle zone più disagiate come il Corno d’Africa e l’Africa occidentale. Ingente anche l’apporto della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, con lo stanziamento di 7 milioni di franchi svizzeri disposto dall’Ifrc alle varie società operanti nell’est africano. Azioni di monitoraggio avviate allo scopo di fornire una mappatura reale dell’emergenza su uno dei territori più in difficoltà, fra crisi alimentari e conflitti in atto, oltre che per l’operato dei gruppi terroristici. Ma, prendendo atto della diversa distribuzione dei contagi nel continente, ridurre il concetto di emergenza al coronavirus risulterebbe perlomeno fuorviante. Vero è che il Covid-19 rappresenta un possibile veicolo della crisi, in grado di esasperare contesti già in estrema difficoltà e, nondimeno, di distogliere le attenzioni della Comunità internazionale dai pregressi focolai di problematiche, costringendo ancora una volta il continente a pagare uno scotto ben più duro a bocce ferme. Un concetto che, nella Giornata mondiale dell’Africa, costituisce la pietra d’angolo della riflessione. Affinché la preoccupazione per il destino di questo territorio e della sua popolazione non resti effimera. Forse, per una volta, glielo dobbiamo.

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