NatifLife, la tecnologia al servizio dei deboli

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Welfare e tech, sviluppo e solidarietà: il progetto combinato di Jo Group, fra impresa e università, che mira al sostegno pratico per anziani, disabili e le loro famiglie. Il punto con il Ceo Giuseppe Ursino
Tecnologie assistive come supporto ad anziani e disabili. Una sfida epocale, in un momento storico in cui le categorie più deboli sono anche le più esposte. Del resto, il coronavirus una lezione, seppur dura, l’ha impartita: il reciproco sostegno sociale non deve mancare, soprattutto se si parla di tutela alle fasce della popolazione più vulnerabili e, fin troppe volte, scarsamente assistite. Da qui lo spunto per NatifLife, progetto del cluster Jo Group in collaborazione con l’Università di Catania e l’Università di Malta, per lo sviluppo e l’applicazione di hardware (e naturalmente software) di sostegno alla vita quotidiana di persone anziane o affette da disabilità. Una combinazione fra welfare e sviluppo, pensato per offrire soluzioni innovative per il monitoraggio e l’assistenza tecnologica, incentivando l’autonomia dei soggetti che ne beneficiano. Interris.it ne ha parlato con Giuseppe Ursino, Ceo di Jo Group.

Dott. Ursini, il tema delle tecnologie assistive è in forte ascesa nel dibattito pubblico, specie se relazionato alla questione anziani e disabili. Come nasce il vostro progetto?
“Tutto il mondo delle tecnologie assistive nasce per supportare anziani e disabili affinché possano vivere nei loro alloggi in maniera il più possibile buona dal punto di vista della qualità di vita. L’utilizzo di queste tecnologie è in fase di sviluppo in tutto il mondo. Quella che chiamiamo domotica, qui ci sono aspetti un po’ più particolare, perché ci sono delle disabilità dovute all’età, oltre che a difficoltà fisiche. Questo comporta accorgimenti particolari. Il tutto è legato da un insieme di soluzioni hardware e software. Si tratta di un proficuo caso di collaborazione fra università e impresa nella ricerca e nello sviluppo, in questo caso l’Università di Catania e quella maltese, per l’adozione di tecnologie in due laboratori, uno in Sicilia e l’altro a Malta. Così che ci sia la possibilità, per gli utenti finali, di utilizzare le tecnologie che abbiamo sviluppato. In Sicilia è già operativa una residenza per anziani a Paternò che le utilizza, ed è in fase di implementazione un’altra entità anche a Malta, anche se con la situazione coronavirus occorrerà un po’ di tempo”.

Naturalmente il tutto è strutturato in modo tale da far fronte alle inevitabili problematiche delle categorie di persone alle quali è rivolto. C’è possibilità di ulteriore sviluppo in questo senso?
“Il progetto è stato presentato anche alla Aal, un’agenzia europea che si occupa di queste tecnologie. A inizio febbraio sono stato a Vienna, all’Info Day 2020, dove il progetto ha avuto un ottimo riscontro. E stiamo per questo pensando di fare un follow up applicandovi ulteriori forme di intelligenza artificiale. Perché quando si ha la possibilità di monitorare un anziano per molto tempo, alla fine si acquisiscono i cosiddetti big data: quando li hai a disposizione, utilizzando delle forme di intelligenza artificiale chiamati machine learning, puoi cercare di capire cosa potrà succedere quando quello scenario si ripresenterà. Il progetto è quindi nato dalla collaborazione tra noi e il Dipartimento di Ingegneria informatica dell’Università di Catania, sviluppata negli anni su diverse tecnologie. E’ stata poi coinvolta l’Università di Malta”.

In questo quadro, rientra anche l’ausilio fornito alle famiglie. In questo modo il monitoraggio sarebbe pressoché costante, così come la disponibilità all’intervento…
“Uno degli aspetti più interessanti, specie in questa fase in cui si parla molto di monitoraggio e di tracciamento, immaginare di avere per gli anziani un controllo della temperatura corporea, per vedere anche se possono essere esposti al rischio di Covid, potrebbe essere una soluzione di grande aiuto. Il monitoraggio negli anziani è una garanzia, per le famiglie degli anziani e per loro stessi. Uno degli obiettivi del progetto, infatti, è dar dei consigli agli anziani. Immaginiamo che faccia molto caldo: noi saremmo in grado di monitorare l’anziano, capire se si sta muovendo troppo attraverso un accelerometro, indicando il forte grado di umidità. A quel punto potrebbe partire un messaggio con alcune raccomandazioni, laddove la persona magari non si è accorta di essere esposta a dei problemi. Stessa cosa in caso di una caduta: si attiverebbero degli alert per i parenti”.

Quindi funzioneranno come una sorta di salvavita, allertando anche le famiglie…
“Sì, al familiare basta mandare un messaggio tramite alert”.

L’applicazione di tali tecnologie, visto il target di riferimento, si costituirà di automatismi o saranno necessari input esterni?
“Sono pensate appositamente per gli anziani, per fare tutto in maniera automatizzata. La logica è quella di consigliare l’anziano nel vivere a casa sua e, al contempo, monitorarlo per i suoi familiari e per gli istituti che si occupano della cura degli anziani. Nascono delle verticalità che per un giovane sono banali ma che possono essere fondamentali in un anziano. E’ un settore molto interessante perché il mondo va in questa direzione. Noi, come Jo Group, lavoriamo più in Europa che in Italia, per anni rimasta molto indietro nel campo della Digital transformation. Con il coronavirus sta cercando velocemente di recuperare il gap che aveva nell’innovazione digitale. I miei figli, ad esempio, non avevano mai studiato in e-learning, ora che le scuole sono ferme, si stanno lentamente organizzando per fare delle lezioni online. Allo stesso modo, moltissime aziende si stanno abituando a lavorare in smart working. Acquisite questo tipo di competenze e di attitudine alle tecnologie, si riuscirà a utilizzarle così che siano armonizzate con i rapporti umani. Il mondo delle Digital transformation era molto indietro rispetto ad altri Paesi europei. Ora l’Italia sta cercando di recuperare. Noi siamo partiti prima, perché il nostro campo è questo. Se ben applicata, questa tecnologia può essere vista come un positivo passo in avanti”.

Come verrebbe strutturato l’inserimento di questi supporti a livello pratico, considerando anche le problematiche di alcune famiglie o per anziani che sono costretti a vivere da soli e con pochi sostegni economici, oltre a coloro che non hanno possibilità di connettersi?
“Queste tecnologie sono in fase di prototipo e vengono utilizzate nelle residenze per anziani, di modo che diventino un modo per far dialogare il mondo degli anziani con i loro familiari e le entità medicali. Nell’ignoranza digitale si è immaginato che esista il bianco e il nero in termini di privacy. Per cui, oggi, rischiamo di rimanere indietro sul tracciamento dei contatti per il coronavirus per una visione quasi religiosa della privacy. Bisogna però capire che ci sono tante scale di grigi. Se si riuscisse a superare, in forma moderata o intelligente, questa paura, le case del futuro potrebbero avere tutte queste forme che serviranno ad avere un telecontrollo su aspetti importanti. Per anziani che vivono da soli, non c’è dubbio che sarebbe di supporto avere questo monitoraggio su indici biometrici. Il futuro va in quella direzione ma ci sono da fare un po’ di passaggi culturali. L’emergenza coronavirus ci sta costringendo a procedere velocemente in questo senso”.

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