Coronavirus, parlamentare portoghese: “In Italia decidono chi vive e chi muore”

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Parlamento che i medici italiani hanno un protocollo per scegliere chi deve vivere e chi morire. Falso: si tratta invece del triage

“In Italia una donna diabetica con tre figli deve essere lasciata morire per permettere a un uomo di 50 anni con due figli di vivere. Il Portogallo non deve diventare un’altra Italia”.

Sono le parole pronunciate in Parlamento da Ricardo Baptista Leite, deputato portoghese del partito Psd, che riferiva in aula sull’evolversi dell’emergenza coronavirus nel Paese, che ha dichiarato lo stato d’emergenza e dove al momento si registrano 642 contagiati e due morti.

Il deputato, un medico, parlando della situazione italiana ha affermato: “Arrivano tutti i giorni report drammatici dai miei colleghi medici italiani: sono arrivati al punto di pubblicare linee guide per decidere come fare per scegliere chi vive e chi muore, perché l’accesso alla terapia intensiva non basta”.

E cita due passaggi di un presunto protocollo tutto italiano: “Diventerà necessario fissare un limite di età per l’accesso alla terapia intensiva. Oltre l’età, la presenza di altre malattie deve essere accertata. Un trattamento relativamente breve in persone più sane, può durare molto di più e consumare più risorse nei malati più vecchi e più fragili”.

Dichiarazioni scioccanti, ma fuorvianti. Era stato lo stesso Giulio Gallera, assessore alla Salute in Lombardia, regione che in questo momento è quella più colpita dal coronavirus, a negare queste voci: “Smentisco che venga fatto triage su chi curare e chi no. Può accadere che in alcuni ospedali non ci siano posti, ma lì interviene il sistema regionale, che ancora regge, ma sempre con maggior fatica”.

Lo aveva ribadito, a Iene.it, anche Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova, che da settimane cura decine di pazienti affetti dal virus: “Stiamo curando tutti, senza distinzione, in terapia intensiva abbiamo una donna di 90anni… Se ho posto libero, chi è critico si cura comunque”.

Si applica semplicemente il cosiddetto “triage”, di cui l’American College of Surgeons dà una definizione: “attribuire un ordine di trattamento dei pazienti sulla base delle loro necessità di cura e delle risorse disponibili”.

Sul dibattito è intervenuto anche il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri, Filippo Anelli: “Il codice di deontologia medica parla chiaro: per noi tutti i pazienti sono uguali e vanno curati senza discriminazioni”.

Un allarme era stato sicuramente lanciato da alcuni degli ospedali più in difficoltà, a Bergamo e a Cremona, anche considerando i numeri: in questo momento l’Italia può contare su circa 5000 posti in terapia intensiva, il 90% dei quali però, come ha spiegato il vice ministro della salute Pierpaolo Sileri, “già occupati”.

Ma che di semplice triage si parli e non di un nuovo drammatico protocollo ideato dai nostri medici, lo conferma anche l’Accademia svizzera delle scienze mediche, in un suo documento: “In tempi di coronavirus hanno priorità assoluta i pazienti la cui prognosi è buona con trattamento intensivo, ma sfavorevole senza di esso”. Gli altri pazienti, precisa ancora il documento dei medici svizzeri, cioè quelli con prognosi sfavorevole che in circostanze normali sarebbero trattati in terapia intensiva, vengono trattati al di fuori del reparto.

Sul fronte della lotta al coronavirus, gli ultimi numeri italiani sono questi: i positivi sono 28.710, 2978 i morti e 4025 i pazienti guariti. La Lombardia è sicuramente la regione più colpita, con 12.200 contagiati e 1959 morti. E proprio per la Lombardia e in particolare per l’Ospedale di Bergamo, Le Iene si sono mosse unendosi alla raccolta fondi di Cesvi per sostenere l’ospedale Papa Giovanni XXIII e tutti quelli che combattono contro il virus

Fonte:le iene.it

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