Cosa si nasconde dietro le tensioni fra Usa e Iran?

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La giornalista Laura Silvia Battaglia spiega da dove nascono le ostilità fra i due Paesi. Si potrebbe parlare d’infedeltà.

“Nessuna vita americana o irachena è andata perduta e ci sono stati danni minimi. Le nazioni hanno sopportato troppo a lungo le azioni distruttive dell’Iran. Quei giorni sono finiti” ha esordito il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, presentatosi alle telecamere d’America e del mondo intero per rilasciare la dichiarazione della nazione – a detta sua “militarmente ed economicamente più forte del mondo” – dopo l’attacco missilistico iraniano alle basi militari di Erbil e di Ain al-Asad, in cui sono stanziati oltre 1500 soldati statunitensi impiegati nella coalizione anti-Daesh. Una smentita dell’uccisione di “ottanta terroristi americani”, come invece aveva annunciato la tv di stato iraniana. Come già anticipava ieri Federico Petroni su Limes, “Se davvero non ci fossero morti, significherebbe che Teheran ha scelto di fermarsi a un passo dal dichiarare guerra agli Stati Uniti”. E una tregua è quella offerta dal presidente Trump ai leader iraniani che, dopo aver mostrato i muscoli sia nelle parole che con il “consiglio di guerra” presente attorno al podio, dai due Mike (Pence e Pompeo) ai generali dello Stato maggiore del Pentagono con il Segretario alla Difesa, Mark Esper, ha offerto la mano della tregua “per il bene dell’Iran”. Parole che indicano un allarme rientrato? Interris.it ha intervistato Laura Silvia Battaglia, conduttore di Radio3 Mondo e giornalista freelance specializzata in zone di conflitto, con particolare focus su Yemen e Iraq.

Cosa sta accadendo in Iraq in queste ultime ore?
“La questione sul tavolo è capire se c’è la possibilità, da parte americana, di rinegoziare la propria presenza in Iraq, assieme alle truppe di Germania e Italia, che si occupano di proteggere aree come Mosul e di addestrare le forze locali. Sulla base delle mie fonti sul posto, posso dire che da giorni fa sono iniziate le operazioni di evacuazione dell’ambasciata Usa a Baghdad, la più grande del Medio Oriente, e sono tuttora previste delle azioni contigue perché questo movimento avvenga il prima possibile”.

Nel suo discorso, Trump ha ostentato la supremazia economica e militare d’America. Che cosa sottintende il tono trionfalistico delle sue parole?
“Penso che non hanno torto coloro i quali parlano di ‘imperialismo americano’, sia che si tratti delle sinistre americane o europee, sia che si tratti di anti-americanisti sparsi per il mondo, in particolare in Medio Oriente: la politica americana e la loro strategia globale non smentiscono questo assunto e non lo smentisce — nonostante un numero elevato di pacifisti, che non vorrebbe gli Stati Uniti impegnati in teatri di guerra fuori dal suo suolo — anche la maggioranza del Paese che ha votato un presidente che, per quanto mercuriale, promette ‘di fare grande l’America, di nuovo’. Questo è un dato condiviso da molti neo-con e, per gli evangelici americani, è anche un mandato ‘profetico’, in senso religioso, il cui segno-disegno divino è dato dal presidente appena eletto, come disse il Segretario di Stato, Mike Pompeo, che vide in Trump ‘l’unto da Dio per salvare Israele dall’Iran”.

Si sta, infatti, proprio discutendo se la risoluzione approvata dal Parlamento di Baghdad che prevede l’espulsione delle presenze straniere – Italia compresa – dal Paese possa avere effetti. Cosa ne pensa?
“La risoluzione parlamentare è chiara e si riferisce a tutte le presenze straniere, per cui se la risoluzione diventasse legge, il contingente italiano dovrà andar via. In un secondo momento, tutto andrebbe rinegoziato sulla base degli accordi stipulati nel 2014 tra il governo iracheno e la coalizione anti-Isis”.

Il lancio dei missili Farah-11 nelle basi statunitensi di Erbil Ain al-Asad, così come quello dei razzi Katyusha caduti nella “Green Zone” di Baghdad, ha un significato simbolico?
“Sulla scelta delle basi scelte come bersagli, il discorso è, innanzitutto, logistico, perché lì sono stanziate le truppe Usa. Ain al-Asad, che è una roccaforte sunnita. Erbil, d’altro canto, ha un doppio valore, perché gli americani sono molto presenti nel Kurdistan iracheno. Lì, per di più, sono anche sicuri, perché al fianco dei curdi, che li hanno aiutati nella Guerra del Golfo. Non distante, però, vi è Silêmanî, sempre nel Kurdistan iracheno, che da un po’ di tempo è vicina alle istanze iraniane”.

Gli analisti pensano che l’Iran attuerà altre operazioni di rappresaglia, seppur meno visibili. Crede che l’Iran stia facendo pressioni su Baghdad per respingere i circa 6mila soldati Usa?
“L’Iran vuole avvantaggiarsi in questa situazione. Sicuramente gli effetti dell’azione americana hanno confermato un legame fra l’esecutivo di Baghdad e l’establishment iraniano. Se si escludono alcuni partiti d’ispirazione cristiana, i partiti curdi e la coalizione comunista-sadrista – che nel 2018 ha vinto le elezioni politiche – la classe politica irachena è legata all’Iran, che dal canto suo auspica che l’Iraq diventi una provincia dell’impero persiano. L’azione Usa cambierà lo scenario politico, ma quello che è accaduto è frutto di anni di precedenti tensioni. Nella sostanza, uccidendo Sulaimani, gli Usa si sono vendicati di alcuni anni di infedeltà irachena”.

In che senso?
“Nel 2014, quando in Iraq si andò al voto alle politiche, era anche l’anno in cui lo Stato islamico (Is) aveva preso piede. Fu un momento di frizione tra Stati Uniti e Iraq al punto che l’ambasciata statunitense, la più grande del Medio Oriente, fu temporaneamente chiusa: un forte messaggio di dissenso da parte di Washington contro quello che fu percepito come un atto di infedeltà di Baghdad. Il casus belli fu la scoperta di un’operation room nella cosiddetta ‘Green Zone’, dove gli iracheni scambiavano informazioni sensibili con gli iraniani. Quella scoperta lasciò senza parole l’ambasciata Usa, che stava lavorando all’offensiva contro Is. Vi sarebbero altri precedenti, come il fatto che, nella campagna anti-Is, gi Usa hanno avuto come alleati i peshmerga del Kurdistan iracheno. Il governo iracheno ha imposto, nella campagna di liberazione di Is in zone non controllate dai peshmerga, la presenza delle milizie Kataib Hezbullah irachene, note come PMU (Popular Mobilization Units). La loro presenza, con azioni di estrema violenza, ha inquinato tutto lo scenario, ed ha rappresentato un problema per i peshmerga. Certamente con l’uccisione del generale delle forze iraniane al-Quds, Qassem Sulaimani, gli Usa hanno scelto un target eccellente, ma la causa della risoluzione approvata dal Parlamento di Baghdad è che a perdere la vita nello stesso attacco drone è stato il generale delle suddette milizie Kataib Hezbullah irachene: Abu Mahdi al-Muhandis.

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