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La nuova Europa e la sfida migratoria: il piano Von der Leyen

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La coscienza occidentale andò in mille pezzi quando le correnti dell’Egeo restituirono alle spiagge turche il corpo di Alan Kurdi.

Tre anni appena, uno dei venti migranti che solo cinque giorni prima avevano lasciato le coste di Bordum cercando di raggiungere l’isola greca, lontana solo quattro chilometri. Una distanza minima, che quasi concedeva la vista della sponda opposta da costa a costa. Un tratto da compiere in balìa delle onde però, cavalcando un mare che non si interessa di una mera misurazione matematica, né fa distinzione fra coloro che scelgono di viaggiare su quei barconi. La morte di Alan fu l’emblema di una crisi migratoria che, fino a quel momento, pur lasciando profonde ferite sul volto dell’Europa, aveva solo in parte scalfito le coscienze dell’opinione pubblica. Quella scena straziante aveva fatto in breve tempo il giro del mondo, certificando in modo definitivo tutta la crudeltà del fenomeno migratorio, aprendo uno spaccato mai così rivelatore sul dramma dei viaggi della speranza, sulla piaga della criminalità che ne sfrutta la disperazione e su tutti i tragici correlati della sfida più impegnativa della nostra epoca. A cinque anni da quella atroce “rivelazione”, il fenomeno delle migrazioni rimprovera sostanzialmente all’Europa lo stesso deficit di allora: poca prevenzione, scarsa coesione, mancata strategia comune. Non una limitata presa di coscienza forse, perché l’immagine del corpo senza vita del piccolo Alan aveva scardinato anche le più serrate chiusure mentali. Niente che abbia impedito comunque nuove tragedie, dal naufragio di Lampedusa dell’ottobre scorso al dramma sfiorato della piccola Faven.

 

Strategie europee

Ora, con il nuovo corso europeo fresco di fiducia, la presidente in carica Ursula von der Leyen mette sul piatto le due sfide portanti dell’Unione che verrà, raccogliendo il testimone di Jean-Claude Juncker senza rinunciare, stando al suo discorso rivolto all’Europarlamento, a un tocco d’innovazione che, in primis, riguarderà proprio le sfide dell’ambiente e delle rotte migratorie. Ma se sul tema della sostenibilità ambientale la nuova presidente della Commissione europea ha fatto leva sulla responsabilità di ogni Stato membro nel perseguire “gli obiettivi di sviluppo sostenibile” posti dalle Nazioni Unite, sulla tematica migrazioni la posta in gioco sembra se possibile ancora più elevata, nell’urgenza di fornire risposte non solo a livello comunitario ma anche in relazione ai tentativi fin qui effettuati per fronteggiare la crisi del Mediterraneo, dagli accordi di ricollocamento al patto stipulato a La Valletta nel settembre scorso. Non che l’obiettivo cardine della nuova Ue sui migranti sia diverso da quello della precedente: “Rompere il modello crudele dei trafficanti, riformare i sistemi di asilo senza dimenticare i valori di responsabilità e solidarietà, consolidare le frontiere esterne per tornare a un sistema Schengen perfettamente funzionante, investire in partenariati con i Paesi di origine: non sarà facile ma dobbiamo provare”.

 

Ritorno a Dublino

Ma non è solo sul ritorno allo Schengen dei giorni migliori che, plausibilmente, si concentreranno gli sforzi della Commissione a guida Von der Leyen. L’obiettivo, a stretto giro, sarà proseguire la linea dell’era Juncker cercando di concretizzare i tentativi di conciliazione fra i vari Stati membri e indirizzarli verso una linea comune: “E’ da vari mesi, in realtà, che la Commissione tenta di effettuare questi passi avanti sul dossier migrazioni – ha spiegato a In Terris Elena Corradi, research assistant Europa e governance globale, migrazioni dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) -. Quello che è stato fatto nell’ultimo periodo è stato tentare di riallacciare i rapporti e cercare di riaprire il discorso della riforma degli Accordi di Dublino, l’obiettivo che ha in modo sottointeso dichiarato Von der Leyen nel suo discorso”. In pratica, al netto di accordi raggiunti come quello stipulato a Malta, “che però non presenta valore legale come quello di Dublino“, l’Ue cercherà di istituzionalizzare nuovamente la strategia di risposta all’emergenza migratoria, attraverso la riforma di un accordo di valore legislativo: “Non sarà facile, perché quasi nessuno vuole cambiare le regole. Il punto è che intese come quella stipulata a settembre vede partecipazioni limitate e, in termini statistici, porta a risultati marginali: tra settembre e ottobre, ad esempio, solo due sbarchi su sette sono stati seguiti da altrettanti ricollocamenti”. Un punto focale, che rende più che mai necessario tracciare una linea strategica comune, limitando i tentativi di accrescere gli Stati orbitanti nell’accordo di La Valletta in favore di una riforma sul piano legislativo: “Bisogna considerare che riformare un’intesa come quella di Dublino sarà un percorso certamente più difficile, proprio per la presenza in campo di attori tutt’altro che interessati a rivedere le regole, come ad esempio il gruppo di Visegrad. D’altronde, questo è necessario per adottare un piano d’azione veramente comunitario, anche in virtù della presenza di situazioni di emergenza che non riguardano solo la rotta mediterranea, ma anche le vie dell’Est, attraverso la Grecia e la Turchia”.

 

Il “grande corsozio” criminale

Altrettanto valore assumerà la strategia dell’Europa che verrà nei confronti delle reti criminali connesse al dramma delle migrazioni. Solo poche ore fa, il procuratore nazionale Antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiero de Raho, in audizione proprio al Comitato Schengen, aveva parlato di “un vero e proprio ‘grande  consorzio’ tra le organizzazioni criminali che operano in Africa, che  sostengono il passaggio e il percorso del migrante, lo agevolano e lo  proteggono fino alle coste libiche, dove sono stati costruiti ‘veri e  propri campi di concentramento'”. Secondo de Raho, in questi casi il migrante “diventa una vera e  propria merce di scambio… In qualunque paese dell’Africa si trovi, entra in  contatto con le organizzazioni criminali del luogo, che poi lo  accompagnano in modo da fargli raggiungere le coste libiche, come  emerso dalle indagini sul flusso di migranti dalla Libia all’Italia. I gruppi di migranti vengono accompagnati dal paese di origine alla  Libia, alle coste, dove le organizzazioni concentrano i migranti sulle coste. E’ stato così dimostrato un legame tra le varie organizzazioni  criminali che operano nei diversi Paesi dell’Africa”. Un giro direttamente connesso ad ambiti della criminalità, che rendono un sistema di questo tipo agevolante “la finalizzazione di alcuni trasferimenti a fine di  tratta, sfruttamento della prostituzione o sfruttamento lavorativo”. Una sfida altrettanto urgente, che richiama al contrasto all’attività illecita e, ancora una volta, a una coesione a livello europeo più che alla legislazione esauriente di un singolo Paese, nel porre un freno sia al businness della morte che alla proliferazione del fenomeno della tratta.

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