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Frane e alluvioni: radiografia di un’Italia in bilico

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In questi giorni, la mappa della Penisola italiana è la radiografia di un Paese malconcio, flagellato dalla pioggia e piagato dai rivoli d’acqua. Colpisce il video del viadotto crollato lungo la A6 Torino-Savona, e ancora di più le testimonianze di chi è tuttora spettatore di questi eventi.

Non ce l’ha fatta Rosanna Parodi, inghiottita ieri dalla piena del fiume Bormida mentre si recava a lavoro. C’è chi parla di colpe, chi di tragedie sventate. Secondo gli esperti, la verità è che l’Italia non è nuova a fenomeni estremi. Contribuisce senza dubbio l’innalzamento delle temperature, ma chi è competente in materia sa bene che il Paese soffre di una mancata manutenzione. Costruire il nuovo è sempre foriero di speranza, ma in questi decenni l’Italia ha investito poco nelle cosiddette “manutenzioni straordinarie”. Un paradosso tutto nostrano perché, se come scrive Lorenzo Salvia sul Corriere della Sera, l’Italia ha circa 12 miliardi di euro da investire su tutto il territorio, l’immagine del Belpaese è quella di uno Stato paralizzato, che scambia per emergenza ciò che, in realtà, è un male cronico. Per fare il punto sul quadro relativo al dissesto idrogeologico, In Terris ha chiesto il parere degli esperti del settore.

Il ricercatore: “Nessun fenomeno straordinario, manca consapevolezza”
Il dott. Fausto Guzzetti, è direttore dell’ Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica (IRPI).

Dott. Guzzetti, cosa pensa di questi fenomeni?
“Da un punto di vista dei fenomeni naturali, non sta succedendo niente di straordinario perché, quando piove tanto, si hanno fenomeni di inondazione. Da un punto di vista del fenomeno naturale in sé, siamo nella norma. È diverso se parliamo di rischio, quando i pericoli interagiscono con le nostre persone. Di per sé, che ci siano frane o alluvioni è del tutto normale, è anzi una peculiarità del paesaggio italiano l’essere scolpito da frane e inondazioni”.

Quando questo diventa pericoloso?
“Quando ci mettiamo in posti non sicuri. Nelle alluvioni passate, come nel ’94, abbiamo avuto anche delle vittime. I sistemi di allertamento e le nostre capacità previsionali sono migliorate molto da allora. Siamo carenti a trasferire quest’informazione alla gente, cioè coprire gli aspetti comportamentali delle gente”.

In che modo state ovviando al problema?
“Innanzitutto, sul nostro sito c’è una sezione dove forniamo indicazioni sul comportamento da avere nel caso di episodi alluvionali, con indicazioni stringente. Ho visto gente ai bordi di fiumi con il corso d’acqua in piena, però è estremamente pericoloso. Per esempio, una delle maggiori cause di vittime o smottamenti è la tendenza a voler attraversare fiumi o corsi d’acqua in auto”.

Da un punto di vista più manutenzione, invece?
“Dagli anni Cinquanta, nel Paese si è costruito tanto e troppo e non possiamo aspettarci che in cinque anni riusciamo a ridurre drasticamente i rischi di ciò che è stato costruito in cinquant’anni. Ci vuole, innanzitutto, un coinvolgimento politico di lungo periodo, prendere decisioni politiche a lungo termine, non a breve termine. Per di più, in Italia tutto quello che viene fatto è farraginoso perché la burocrazia rallenta tutto. Poi c’è un fatto di attenzione”.

In che senso?
“Si parla di frane e smottamenti quando sono, per così dire, eclatanti, come nel caso del viadotto della A6 crollato. Per la politica e la società in generale, si deve agire soprattutto quando non piove. È un po’ come se avessimo un Pronto Soccorso, ma un ospedale è fatto di tanti reparti”.

Quando ha visto il viadotto che cosa ha pensato?
“I servizi geologici regionali e nazionali hanno mappato in Italia oltre 600mila (620mila) frane – 2/3 frane al chilometro quadrato. Tutte le volte che piove, ci possono essere decine di migliaia di frane e non c’è nessuno che le cartografa. Non abbiamo a oggi un sistema che aiuti a cartografare tutte le frane. Ci sono dei sistemi di monitoraggio, ma la loro attività è ridotta a un numero limitato di frane. Non ne ho evidenza, ma di quel tratto crollato ce ne sono centinaia in Italia”.

Qual è, dunque, il problema?
“Sono le regioni che dovrebbero occuparsi, in gran parte, della difesa del suolo. Manca il personale, perché se regioni come Piemonte o Liguria sono attrezzata a far fronte a quest’emergenza, d’altro canto ci sono altre regioni dove i servizi geologici sono coperti da poche persone. In generale, le regioni del nord Italia, come Piemonte, Veneto, Trentino, Alto-Adige, Liguria ed Emilia-Romagna sono le più attrezzate per far fronte al problema. Ma fare una casistica non è sufficiente, perché non basta inserire venti geologi per risolvere il problema: bisogna formarli, devono entrare nella macchina della pubblica amministrazione. Da questo punto di vista, molte regioni del Sud sono indietro”.

Ma l’Italia investe nella formazione di geologi?
“Negli ultimi anni ci sono state delle leggi ad hoc per rivitalizzare le scienze della terra. Oggi anche nelle scuole superiori s’insegna pochissima geologia, s’insegnano pochissime scienze ambientali legate al territorio, come meteorologia o climatologia. Non stupisce, quindi, che ci sia poche gente che dice di voler fare il geologo. Noi come Istituto ed altri facciamo molta divulgazione, ma si fa quel che si può con le poche risorse che si hanno”.

Mancano investimenti?
“Si potrebbe fare di più. Io sono direttore di un istituto di ricerca che si occupa di questi temi e noi non prendiamo fondi. Non ci sono risorse che questo Paese investe in ricerca in generale, in particolare nella ricerca sui rischi naturali. Quest’anno, per la prima volta in vent’anni anni nel piano nazionale della ricerca, sono entrati i rischi naturali. È un paradosso per un Paese come l’Italia che ne enumera tantissimi: oggi parliamo di frane e inondazioni, ma abbiamo terremoti, vulcani, tsunami, grandine, siccità, incendi boschivi. Per la prima volta, lo Stato ha riconosciuto che studiare i rischi naturali è importante. Un tempo, eravamo all’avanguardia su tanti fronti. Poi siamo venuti meno per mancanza di finanziamenti. La soluzione? Una politica di lungo periodo che investa su progetti lunghi vent’anni”.

L’ingegnere: “Manca la manutenzione”
Stefano Carrese è Professore di Ingegneria dei Trasporti all’Università di Roma Tre.

Prof. Carrese, lei pone l’attenzione sulla manutenzione…
“Purtroppo il punto nodale è proprio questo. Davanti al fenomeno notevole delle precipitazioni, se il territorio non si cura per mesi, non è in grado di assorbire tutta quest’acqua. A fronte di cambiamenti climatici straordinari, abbiamo un grosso patrimonio infrastrutturale che risale alla fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta. Non ci vuole una manutenzione ordinaria, dunque, ma straordinaria”.

Non è che l’Italia è un Paese sotto cemento?
“È impensabile smontare infrastrutture per ripristinare il terreno che assorbe. Quando piove, le strade diventano piccoli fiumi. Qui c’è una rete di gestione delle acque poco manutentata. L’Italia avrebbe bisogno di un piano straordinario di manutenzione delle sue opere, senza pensare a opere nuove, ma ripensare ad opere esistenti”.

Di chi sono le responsabilità?
“La politica ha le sue responsabilità, ma anche l’opinione pubblica. Solo venti o trent’anni fa c’era tutta una rete di manutentori che seguivano i corsi dei fiumi e delle acque. Quando poi a un certo punto l’acqua trova uno sbarramento, cominica ad andare sotto il terreno. Non sono cose nuove, perché negli anni passati c’erano stati stessi eventi. Bisogna trovare modo per mettere mano a piani di manutenzione, soprattutto quando si presentano stati di abbandono dei luoghi. L’Italia, per uscire dalla crisi del 2008, non ha fatto un piano straordinario di lavori pubblici. Nel 2008, il settore dei lavori pubblici occupava più di un milione e mezzo di persone. Oggi poco più di mezzo milione”.

Quali sono le maggiori criticità?
“Molte risorse sono state ridotte. I trasporti, per esempio, essendo stata delegata alle regioni in gran parte, come la sanità, è chiaro che, prima di tagliare sulla sanità, taglia sui trasporti. La politica deve fare parte attiva sul territorio, perché il territorio va curato. Il punto nodale è che abbiamo avuto una legge obiettivo che da anni ha fatto da stop a tutte le opere pubbliche. Bisogna che lo Stato seriamente ricominci a finanziare, anche attraverso i contributi straordinari e finanziamenti della comunità europea e coinvolgimento dei privati, un piano straordinario di manutenzione delle infrastrutture esistenti”.

Egle Possetti: “Abbiamo rivissuto la tragedia del Ponte Morandi”
Egle Possetti è la Presidente Comitato Ricordo Vittime di Ponte Morandi.

Sig.ra Possetti, vedendo la foto del viadotto crollato, qual è stato il suo primo pensiero?
“Che lì sotto non ci fosse nessun coinvolto. Siamo stati sollevati nell’apprendere che, dopo ore di ricerca, nessuno era stato coinvolto. Ma siamo tornati indietro con la testa”.

Ha, comunque, sentito l’esigenza di inviare un comunicato a nome dei parenti delle Vittime del Ponte Morandi…
“Sì, confrontandomi con gli altri parenti, è emersa questa volontà. La tragedia di ieri ha avuto un impatto così forte per noi che pensare che altre persone possano trovarsi nelle nostre condizioni fa venire un colpo al cuore”.

Cosa si sente di dire ora che il pericolo di perdite di vite umane è stato sventato?
“Che questo Paese faccia gli approntamenti necessari perché non si assista a queste scene. La sensazione è che non siamo più sicuri. Non soltanto quando viaggiamo, ma ovunque”.

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