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Don Pietro, l’uomo che guarda i volti della povertà

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La carità è una rivoluzione. È il sottotitolo ideale al libro “Poveri Noi!” di don Pietro Sigurani (edizioni Paoline).

La verità è che don Pietro, “prete dei poveri” per aver aperto la Domus Caritatis che oggi accoglie decine di poveri ogni giorno a due passi dal Senato, “rivoluzionario” lo è davvero da tempo immemore. Lui, campione dell’accoglienza, insegna che quella dell’approssimarsi al povero è una battaglia, prima di tutto contro il proprio ego. Nell’apertura all’altro che non si conosce c’è sempre un po’ di imperscrutabilità: don Pietro ha cominciato a pensare ai poveri a quella maniera, quando ancora non era sacerdote ed aveva patito i disagi della guerra. Lì, nelle ferite dell’umanità, ha visto la misericordia di Dio e la redenzione nei gesti di accoglienza della sua famiglia, nei poveri che non si perdevano d’animo, nella Provvidenza “che mai abbandona l’uomo” dice lui. La vita di questo sacerdote semplice è un libro aperto, uno spaccato di storia d’Italia importante. Don Pietro ha visto sette Pontefici, ha incontrato Moro e i brigatisti. Ma, nella complessità del mondo, ha sperimentato l’imperturbabilità di Dio, il Creativo per eccellenza, perché instilla lo Spirito Santo anche in quei luoghi del cuore che, a occhi umani, appaiono perduti.

Il libro “Poveri noi!” di don Pietro Sigurani (edizioni Paoline), da oggi in tutte le librerie

Don Pietro, quando ha scoperto la sua vocazione per i poveri?
“In realtà non è stata una scoperta, l’ho vissuta fin da bambino. Ho vissuto la guerra del ’36, ricordo ancora i momenti in cui dovevamo scappare nei rifugi antiaerei. Credo che tutto derivi dalla storia di quegli anni, quando mi ritrovai orfano e sfollato con la mia famiglia. Ho perso mio padre sotto i bombardamenti che hanno sventrato il quartiere di San Lorenzo. Ricordo ancora quando andai con mia madre a cercare il corpo di mio padre nel quadrilatero del Verano. Ho ancora impresso l’odore maleodorante della carne in decomposizione…e lì il corpo di mio padre non lo trovammo. Un momento che mi colpì molto fu l’arrivo di Papa Pio XII a San Lorenzo: sembrò che fosse venuto dal Cielo un angelo a chinarsi sulle persone sofferenti…nella mia mente resta l’immagine delle sue braccia alzate in forma di croce che imploravano da Dio la forza, la consolazione…”.

Chi è stato il suo modello di carità verso i poveri?
“Beh, tutta la mia famiglia ma, in modo speciale i miei genitori. Mio padre faceva di tutto per sfamare i poveri che incontrava. E anche noi eravamo poveri. Nel dopoguerra ti colpiva la povertà della gente. Noi all’epoca abitavamo in Via Tiburtina, che apparteneva alla Parrocchia di San Lorenzo. All’epoca non c’erano tracce di urbanizzazione, solo campagne ed orti. Era usuale imbattersi in gente che chiedeva del cibo, perché è vero che le esigenze all’epoca non erano tante, ma a due cose la gente teneva: mangiare e vestirsi, soprattutto coprirsi con il freddo. Anch’io ho sperimentato tutto questo”.

Quando ha capito la sua vocazione?
“Facevo la seconda media e sono passato al seminario minore. Nel maggio del ’60 sono stato ordinato prete”.

Anni Sessanta, in pieno Concilio Vaticano II…
“Sì, ho vissuto la stagione dell’annuncio del Concilio…un tempo forte, una stagione ricca di dottrina, di gesti, di segni. Per me tutto partì da Papa Pio XII, che scalfì l’immagine del Papa chiuso, relegato nel suo Palazzo Apostolico per aprirsi al mondo. Papa Giovanni XXIII, nella sua semplicità, incarnò quello stesso spirito e anche il suo fu un Pontificato di gesti. Ho frequentato il Seminario Romano, dove si era formato anche il nuovo Papa. Ricordo che, già ai tempi in cui era nunzio in Francia, l’allora arcivescovo Roncalli veniva spesso a farci visita in seminario, pregava la Madonna della Fiducia [la Madonna che si venera nel Seminario Romano, ndr]. Ero ancora seminarista quando veniva, a trovarci. Ci riuniva e ci raccontava episodi della sua vita. In realtà, voleva aprirci al mondo, ci teneva a instillarci il coraggio di tentare vie nuove”.

Che ricordo ha di Roncalli quando divenne Papa Giovanni XXIII?
“Senz’altro, il ricordo di un uomo dalla fede semplice, contadina. Dopo che fu eletto Papa, andammo in trenta a fargli visita nel Palazzo apostolico. Ricordo che ci fece visitare la sua camera da letto: era modesta, mi colpirono le devozioni, i quadretti della famiglia che aveva vicino al letto, assieme ai santi. Sì, la sua era una fede contadina, autentica. Rimasi incantato dal discorso che ci fece, rivolgendosi a tutti noi. Disse: ‘Voi pensate che il Papa chissà quale discorso voglia farvi, ma io vi do solo una massima: un buon prete osserva tutte le cose, fa finta di molte cose, corregge poche cose, ma mette l’amore in tutte le cose. Questo vi dice il Papa all’inizio del vostro servizio sacerdotale’ disse. Quelle parole rimasero scolpite nel mio cuore. Papa Giovanni XXIII mi ha insegnato, da novello sacerdote, l’essere benevolo e tollerante. Mi ha fatto, cioè, capire che noi siamo ministri della Misericordia, non della legge”.

Cosa ha significato iniziare il ministero del sacerdozio ventenne, in pieno Sessantotto?
“Ordinato sacerdote, sono stato assegnato alla ‘Borgata Garoni’ sulla via Appia Nuova. Il quartiere, all’epoca, era popolato da povera gente, sfollati e baraccati e la Chiesa accoglieva i bambini delle famiglie povere. In quegli anni ho cercato di elevarli e dare loro il desiderio di studiare e di fare grandi cose. Nessuno scontro o difficoltà in quegli anni, come invece si potrebbe pensare. Il punto è che il Vangelo è semplice, siamo noi a strumentalizzarlo. All’epoca non vidi mai alcuno rifiutare il Vangelo, semmai la ‘struttura’ ecclesiale, ma mai la Parola”.

Erano gli anni di Papa Paolo VI, il Pontefice che celebrò il Natale fra gli operai dell’Ilva…
“Sì, è vero. Di Papa Paolo VI ricordo la bellezza del suo parlare, quella sua profondità teologica intrecciata ad un afflato pastorale. Anche lui metteva i fogli da parte per parlare a braccio, mi ha sempre colpito questo gesto. E poi ricordo gli anni bui del sequestro e funerale di Aldo Moro ed il terrore delle Brigate Rosse”.

Furono un tempo difficile. Anche il Papa si espose chiedendone il rilascio, fu la prima volta.
“Ricordo quei momenti con amarezza. Anche perché la mia prima confessione la feci proprio ad Aldo Moro. Mi trovavo in chiesa, quando venne quest’uomo che chiese di confessarsi. Non mi accorsi subito di lui, fu solo nel confessionale che, vedendolo, lo riconobbi. Avevo 24 anni, mi lasciò titubante, emozionato: io, così piccolo, davanti a un uomo di quella levatura. Lui, accorgendosi della mia difficoltà, mi disse: ‘Padre, non ho bisogno né della sua età né della sua sapienza. Ho bisogno del suo ministero’. Quegli anni misero noi preti alla dura prova: la gente era impaurita e le nostre parole non riuscivano a dare fiducia e speranza alle persone. Posso dire senza timore che siamo stati tentati di disperazione. Ma è stato anche un tempo di preghiera e di speranza”.

Si riferisce a qualcosa in particolare?
“Beh, ho avuto incontri con alcuni brigatisti, li ho confessati, ho dato loro il perdono. Ho visto in loro dei portatori di ideali, anche se poi li esprimevano con la violenza. Alcuni di loro, come Neri e Rossi, li ho accompagnati fino alla morte. Quest’esperienza è stata per me la testimonianza tangibile che la misericordia di Dio raggiunge anche posti in cui sembra non possa mai arrivare. Non si può spiegare questa onnipotente misericordia se, però, non la si vive. La Croce di Cristo è segno di riconciliazione, non simbolo di un giudizio inflessibile”.

E poi una parentesi buia anche per la Chiesa: la morte di Papa Giovanni Paolo I dopo 33 giorni
“Sì. Di lui ho pochi ricordi. Quando fu consacrato vescovo di Vittorio Veneto, io servii Messa a San Pietro. Ricordo nei suoi occhi un grande desiderio di rinnovamento della Chiesa, che sicuramente l’avrebbe attuato. Ma la salute lo abbandonò”.

In lei la Misericordia ha trovato la strada dell’aiuto ai poveri. Quando ha iniziato fattivamente l’opera di Misericordia?
“Beh, posso dire da sempre. Sicuramente l’idea di erigere la Casa della Misericordia nasce ai tempi in cui avevo la Parrocchia della Natività di Nostro Signore, in Via Gallia. Ricordo che Papa Giovanni Paolo II venne a farmi visita. Lui, quando visitava una parrocchia, s’intratteneva a pranzo con i parroci. Rimase impresso che io, accogliendolo nella parrocchia, gli dissi: ‘Santità, le presento la mia sposa’. Si commosse. Il Pontificato di Giovanni Paolo II fu di enorme importanza per il suo dialogo. Wojtyła viene sempre ricordato come un ‘uomo politico’, ma io credo che la ricchezza di questo Papa fu la sua capacità di dialogare con tutti. Lui ha aperto speranze con il mondo”.

Cosa aveva in mente quando cominciarono i lavori della Casa della Misericordia?
“In quegli anni aprirono la metro San Giovanni, la prima nelle mura di Roma, e molti poveri, abbandonati e soli a Termini, cominciarono a popolare la zona. Lì abbiamo cominciato a raccogliere la carità, darla ai più bisognosi. Abbiamo scavato sotto la Chiesa e realizzato docce, luoghi di incontro, persino trenta posti letto. Non ho mai chiesto contributi pubblici, perché i soldi pubblici legano, creano meccanismi mondani. Quello che posso fare, è possibile solo grazie alla Provvidenza”.

Che povertà vede oggi rispetto a ieri?
“La povertà nel Dopoguerra era una mancanza vera, abbiamo avuto bisogno degli aiuti americani, delle grandi opere assistenziali, dei pacchi alimentari. Poi, col tempo, siamo diventati noi meta di tanti poveri, che non sono solo i bisognosi di cibo, ma anche gli anziani, i malati, i disoccupati. Questo non vuol dire che i poveri come quelli degli anni Quaranta non ve ne siano: oggi sono gli immigrati, così manchevoli di tutto. L’immigrazione, mi faccia dire, è un problema che non vogliamo affrontare seriamente perché oggi c’è un’ondata di noncuranza. I nostri problemi non sono gli immigrati, ma gli evasori, la disoccupazione…e alcuni politici non vogliono farli vedere”.

Pensa, dunque, ci sia tanto egoismo?
“Non c’è tanto egoismo, c’è più che egoismo. Ma a fronte di una parte della nostra società che si volta dall’altra parte, ce n’è un’altra che resta umana, aiuta. Il problema è che la propaganda e la retorica che si fanno per guadagnare i voti non vogliono mostrare questo lato d’umanità. Ma le assicuro che esiste eccome! Anche in mezzo agli ultimi, ai dimenticati”

Papa Francesco parla spesso di “cultura dello scarto”…
“Sì, e lui mi è molto vicino. Non faccio fatica ad ammettere che alcune cose le posso fare perché c’è lui, perché altrimenti non potrei dar da mangiare ai poveri, per esempio. Il Santo Padre è un Papa di strada, un pastore a cui non interessano i potenti. Lui non cerca i trionfi, ma i posti dimenticati. La sua attenzione per la ‘cultura dello scarto’ non riguarda solo i poveri economici, però. C’è una povertà che deriva dall’impossibilità dell’uomo di vivere una vita dignitosa: questa è la povertà più diffusa oggi”.

E dove vede la speranza?
“La speranza la vedo negli occhi di tanti poveri che si accontentano, che si fidano di Dio, che aiutano i loro fratelli poveri. Sono loro la narrazione vera, il racconto dell’Italia che viene fatto altrove è falso. Papa Francesco lo sa e si batte per questo. Oggi molti problemi, anche in seno alla Chiesa stessa, si risolverebbero con la fiducia in Dio piuttosto che con la politica. C’è bisogno di semplicità della vita quotidiana”.

Nella sua vita di uomo e ministro, dove ha incontrato Dio?
“L’ho incontrato in momenti difficili della mia vita, ma che sono stati risolutivi. Certamente Dio lo vedremo nei Cieli, ma possiamo vederlo anche oggi negli occhi dell’altro. Quando faccio una predica imbastita guardo negli occhi i fedeli: se a loro non interessa quello che dico, chiudo i fogli e parlo ascoltando il loro cuore. Ma posso farlo solo guardandoli dentro. Dio l’ho visto negli occhi dei carcerati, dei brigatisti, degli anziani, perché tramite essi capisci il loro cuore. Oggi, che viviamo una vita frenetica, invito la gente a fermarsi e guardare il proprio vicino negli occhi: lì c’è Dio. Non potremmo dirci cristiani, altrimenti: crediamo in un Dio che si è fatto Uomo”.

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