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“Operazione King”, evasione fiscle nel marmo: eseguite tre misure interdittive e un sequestro preventivo per oltre 400 mila euro

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Inoltre, a carico di A.F. e B.F., rispettivamente Presidente del consiglio di amministrazione ed amministratore dell’azienda di famiglia e di C.F. V. vengono contestati i reati tributari

previsti dall’art. 2, del D.Lvo nr. 74 del 2000 “dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti” e dall’art 3 del medesimo decreto legislativo “dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici”. A.F. e A.R. sono indagati, in concorso, per violazione dell’art. 353 c.p. “turbata libertà degli incanti”.

Contestualmente, è stato eseguito il sequestro preventivo di beni per un valore di euro 432.355,30, somma corrispondente alle imposte evase. Sono state, inoltre, effettuate diverse perquisizioni locali e domiciliari presso le aziende interessate e le abitazioni degli indagati, alle quali hanno partecipato unità specializzate nel c.d. computer forensics della G. di F. di Lucca e Livorno, militari del Gruppo di Massa Carrara e della Sezione Operativa Navale di Marina di Carrara per la perquisizione di alcuni natanti.

Le misure cautelari personali e reali sono state adottate dal GIP all’esito di indagini di polizia giudiziaria nel settore dei reati economico-finanziari svolte, dal 2017 al 2018, dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria sotto il costante coordinamento del Procuratore Capo Marco Mansi e del Sost. Proc. Dott.ssa Roberta Moramarco, in accoglimento delle proposte formulate dai predetti Magistrati inquirenti e sussistendo il pericolo di reiterazione dei reati. Le attività investigative sono state svolte attraverso intercettazioni telefoniche, telematiche ed ambientali ed hanno riguardato le modalità di commercializzazione di prodotti lapidei da parte della “U.F. s.r.l.” di Carrara, consentendo di scoprire un collaudato sistema di sottofatturazione dei carichi commerciali. Nella maggior parte dei casi, si è trattato di spedizioni verso i mercati asiatici e del continente americano, in particolare Stati Uniti e Brasile. Proprio dal riferimento, durante una conversazione, a blocchi di particolare pregio, indicati in codice come “king”, deriva il nome convenzionalmente attribuito all’indagine.

Gli investigatori hanno avuto la possibilità di monitorare le operazioni di esportazione, acquisendo direttamente notizie sulle contrattazioni avvenute con compratori esteri o con loro intermediari e confrontando i prezzi concordati con quanto riportato nei documenti della contabilità ufficiale. La conferma della fatturazione non veritiera veniva ricavata attraverso il confronto con le indicazioni riportate nella documentazione doganale predisposta per l’esportazione.

A tal proposito, va ricordato che per le vendite all’estero, trattandosi di operazioni non imponibili, l’evasione ha riguardato le sole imposte dirette. In tali dinamiche C.F. V. ha operato quale persona di stretta fiducia di A.F., risultando a piena conoscenza degli accordi sugli importi reali delle compravendite e quelli da riportare nelle fatture, ribassati di una percentuale mediamente del 40-50%. Le somme dichiarate venivano regolate attraverso movimentazioni bancarie, mentre il surplus veniva corrisposto in nero e in contanti, spesso da alcuni intermediari, anche di origine straniera, ormai radicati nel territorio. Più volte, come emerso dalle conversazioni captate, le banconote sono state consegnate utilizzando un indumento appositamente predisposto, presumibilmente munito di doppifondi.

Il sistema fraudolento utilizzato ha riguardato, nel periodo oggetto di indagini, 12 operazioni per rilevanti importi, quasi esclusivamente riferite a cessioni all’esportazione ed ha prodotto la sottrazione di ricavi per 1.790.849 euro e corrispondente evasione di IRES per 429.803 euro, somme che hanno determinato il superamento della doppia soglia di punibilità stabilita per il reato di dichiarazione fraudolenta per l’anno di imposta “2017”.

In merito, per la qualificazione del carattere fraudolento della dichiarazione, hanno assunto specifico rilievo le seguenti condotte: – la falsità delle attestazioni doganali con indicazione di importi corrispondenti a quelli sottostimati indicati nelle fatture, nell’intento di rafforzarne la credibilità; – indicazione nelle fatture di un prezzo di vendita medio, a dispetto della varietà di materiali venduti con diversità di prezzo, in relazione anche alla singola operazione commerciale; – la tenuta di una contabilità parallela a quella ufficiale. La vicenda della turbativa d’asta è emersa a margine di una procedura fallimentare di una società dedita all’estrazione di marmo, con particolare riferimento al ramo d’azienda costituito da una cava.

Gli indizi, in questo caso, sono solo a carico di A.F. e A.R., i quali, in concorso, hanno posto in essere condotte finalizzate ad alterare il regolare svolgimento del fallimento, con l’obiettivo di far andare deserta l’asta. Gli indagati si sono, in particolare, prodigati per allontanare possibili acquirenti e per alterare lo stato del bene, addirittura riempendo parzialmente la cava e ricoprendo di detriti alcuni blocchi di marmo già estratti. In questo modo, ai potenziali operatori è stata rappresentata una realtà distorta, facendo apparire il sito estrattivo di potenzialità ridotte e, conseguentemente, meno appetibile.

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