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Caos Ilva, Bentivogli (Fim Cisl): “Serve lo scudo penale”

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Incontri previsti per salvare il salvabile, vertici lampo, rimpallo politico e un solo dato certo: il rischio, potenzialmente catastrofico, per oltre 10 mila lavoratori dell’impianto siderurgico ex Ilva di Taranto, messi con le spalle al muro dal clamoroso dietrofront di ArcelorMittal dall’impegno contrattuale sottoscritto un anno fa.

Un caos che ha radici profonde, aggrappate al depennamento del cosiddetto scudo penale che, di fatto, ha sottratto un mattoncino importante dalla torre dell’affare Ilva, con il gruppo franco-indiano a far leva proprio sul provvedimento in questione per giustificare la recessione che ha assestato al governo un colpo inaspettato e dalle conseguenze ancora incerte. Una condizione quella del ripristino che, come spiegato a In Terris dal segretario generale della Federazione italiana metalmeccanici (Fim Cisl) Marco Bentivogli, al netto delle divergenti vedute, appare come uno dei pochi spiragli concreti per uscire dall’impasse e ricreare perlomeno i presupposti per riaprire il discorso Ilva, sul fronte investimenti e, soprattutto, per quel che riguarda il cruciale piano ambientale.

La comunicazione di ArcelorMittal ha provocato un inaspettato fattore di rischio per gli oltre 10 mila lavoratori dell’ex Ilva. La natura del contratto stipulato un anno fa prevede qualche norma paracadute a tutela della forza lavoro?
“Il pasticcio combinato al Senato sul Salvaimprese è con lo stralcio dell’articolo 14, il cosiddetto ‘scudo penale’, una norma, con un perimetro molto preciso sia di applicazione (piano ambientale) che di durata. Un provvedimento che in qualsiasi altro Paese non sarebbe stato necessario, ma che in Italia è servito ad evitare che all’attuazione del Piano i dirigenti ma anche i lavoratori rischiassero penalmente. Si è trattato di un assist incredibile ad AmInvestCo Italy e alla sua nuova ad Lucia Morselli. Un assist che si è tradotto, nero su bianco, nella lettera inviata ai Commissari straordinari di ex-Ilva con la comunicazione di recesso dal contratto dello stesso per l’affitto e il successivo acquisto condizionato dei rami d’azienda di Ilva spa e di alcune sue controllate a cui era stata data esecuzione il 31 ottobre 2018: una notizia gravissima. Significa che entro 25 giorni i lavoratori e gli impianti dell’ex-Ilva torneranno nelle mani della già rovinosa amministrazione straordinaria. Un disastro sul piano lavorativo e sociale. Non ci sono quindi paracaduti, né tantomeno piani B e C. Bisogna reintrodurre subito lo scudo penale e togliere alibi ad ArcelorMittal. Anche la vulgata secondo cui esponenti del M5s minimizzano dicendo che è sufficiente l’arti. 51 del Codice Penale non sta in piedi. Nel 2012 e nel 2015 quando lo scudo non c’era finì nei guai l’allora presidente di garanzia”.

Il gruppo franco-indiano, con la rescissione contrattuale, mette a rischio i lavoratori nel momento in cui paventa l’accantonamento degli investimenti previsti e del promesso piano ambientale. Su quest’ultimo aspetto come si procederebbe in caso di ritiro definitivo?
“La recessione del contratto mette a rischio concreto i lavoratori e l’attuazione del Piano ambientale e non solo. Al netto delle varie speculazioni della politica che paventano per l’impianto siderurgico fantomatiche riconversioni in centri di ricerca per le bonifiche, alla mitilicultura, rischia di diventare una Bagnoli2 con l’aggiunta che Bagnoli è appena un terzo dell’area ex-Ilva”.

A tal proposito, esiste la possibilità di ripristino dello scudo penale, così che ArcelorMittal veda soddisfatta quella che, da comunicazione, resta la motivazione principale del suo allontanamento? O vi sono ulteriori fattori di rischio?
“Il governo ha combinato un disastro: un misto di pressapochismo e demagogia hanno affossato il rilancio dell’Ilva con l’unico risultato di fornire, come ho già detto, un alibi clamoroso all’azienda in una fase di ‘tempesta perfetta’ tra crollo della domanda dell’acciaio in tutt’ Europa, dazi di Cina e Usa a cui si aggiunge la crisi del settore automotive che è in forte recessione. Il Piano che avevamo sottoscritto il 6 settembre del 2018 ci metteva a riparo da questa tempesta. Oggi il ripristino dello scudo penale è la condizione minima necessaria a limitare i danni e va fatto subito con una convocazione immediata del Consiglio dei Ministri che faccia subito un decreto”.

C’è possibilità di inserimento da parte di altre cordate o gruppi stranieri che possano in qualche modo intervenire per risolvere lo stallo della recessione contrattuale?
“Pensare oggi ad altre cordate non ha un gran senso, anche perché, senza lo scudo penale e la imminente chiusura dell’afo2 il problema permarrebbe per chiunque. Servirebbe tra l’altro una nuova gara con tempi lunghi, che vista la situazione dell’impianto e la gestione commissariale, che in questi anni ha fatto disastri, avrebbe come unico risultato quello di ridurre le prospettive industriali e occupazionali del sito, sarebbe una gara al ribasso. Oggi quello che bisogna fare è lavorare per rimettere Am in condizione di continuare ad attuare il piano industriale e ambientale che ha sottoscritto, togliendo ogni possibile alibi. Se in queste condizioni confermerà la sua dipartita se ne assumerà le responsabilità. Tutto il resto è demagogia”.

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