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“Fonte di pace”, l’operazione di Erdogan che porta guerra

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Restano solo le montagne al loro fianco nel sogno di vivere liberi. Chi fino a poco prima era amico, d’improvviso smette di esserlo.

Mentre il nemico non demorde mai. Si ripete sempre uguale il destino del popolo curdo, sparpagliato in una regione montuosa del Medio Oriente chiamata Kurdistan, la terra dei curdi, che mai è diventata uno Stato unitario. Un’area che dall’Anatolia si spinge verso l’antica Mesopotamia, fino a lambire il Caucaso, includendo Armenia e Azerbaigian. In quella grande porzione di Asia Minore i curdi hanno trovato ospitalità ma non tranquillità. Disseminati nei territori di Turchia, Siria, Iran e Iraq, sono stati sempre discriminati quando non vittime di violente e sanguinose repressioni. E la storia si ripete anche nell’autunno 2019. Già decisivi con le loro forze militari sul terreno – con le Unità di protezione popolare (Ypg) e i battaglioni femminili (Ypj) – per la sconfitta dell’autoproclamato Stato islamico, ora i curdi vengono cacciati con le armi dai soldati turchi dalla striscia di confine tra la Turchia e la Siria. Per la terza volta in tre anni Ankara conduce operazioni nel nord del Paese vicino. L’obiettivo non è solo la creazione di una zona cuscinetto che allontani dal confine con la Turchia i curdi siriani, che nella regione siriana detta Rojava sono riusciti a dare vita a un’entità amministrativa de facto autonoma da Damasco e in cui vige anche l’uguaglianza di genere. “La Turchia ha cercato di impedire in tutti i modi che si ponessero le basi per un’autonomia curda, considerata un pericoloso catalizzatore per le istanze autonomiste dei curdi turchi”, spiega a In Terris Giovanna Loccatelli, giornalista freelance esperta di Medio Oriente. Per farlo hanno pianificato di rimpatriare un milione – su 3,6 – di profughi siriani, in un lembo di terra che corre sul confine tra i due Paesi, all’interno del territorio siriano, profondo 32 chilometri e lungo 444. L’Occidente fatica a reagire. Gli Stati Uniti prima “tradiscono” i curdi ritirando il contingente militare nell’area, lasciando così campo libero al presidente turco Recep Tayipp Erdogan, poi annunciano il ritorno di militari a protezione di alcuni giacimenti petroliferi nel nord-est della Siria. L’Europarlamento chiede al Consiglio dell’Unione europea sanzioni alla Turchia, l’Italia ha – per ora – solo minacciato di interrompere la vendita di armi ad Ankara. La Russia, sostenitrice della dinastia Assad in Siria, torna sul palcoscenico internazionale come arbitro della vicenda e stipula accordi con la Turchia.

L’attacco
Lo scorso 9 ottobre è partita l’offensiva turca “Fonte di pace”, Ankara colpisce con bombardamenti aerei e colpi d’artiglieria città di frontiera nel nordest della Siria, Ras al-Ayn (Serê Kaniyê in curdo), Tal Abyad, Ain Issa e Qamishli. Il giorno seguente, i militari turchi mettono piede oltreconfine. Insieme a loro, una serie di milizie arabe, alcune delle quali dai connotati islamisti, come Ahrar al-Sharqiya e la brigata Sultan Murad, già al fianco dei turchi durante l’operazione “Ramoscello d’ulivo” del 2018. La campagna militare turca procede in due fasi, separate dal “cessate il fuoco” di 120 ore a partire dal 17 ottobre. Quel giorno il capo di Stato turco Erdogan e il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence si accordano per concedere sei giorni alle Forze democratiche siriane (Fds), composte per la maggior parte da combattenti dello Ypg, di organizzare la ritirata dalla safe zone turca. Migliaia e migliaia di persone hanno lasciato le proprie città in procinto di cadere in mano all’esercito nemico per spostarsi più a sud, verso il governatorato di Al Hasaka. Soltanto nella prima fase dell’operazione “Fonte di pace” il numero degli sfollati avrebbe sfiorato quota 300mila, riporta l’Osservatorio siriano per i diritti umani. Per difendersi, l’Fds chiede aiuto all’esercito regolare siriano a protezione di Manbij e Kobane. Gli scontri hanno anche altri effetti collaterali, oltre la morte dei civili. In 785 tra ex jihadisti, loro mogli e loro figli, sarebbero fuggiti dal campo di detenzione di Ain Issa in seguito a un raid aereo turco. Se la situazione sprofondasse nel caos, il rischio di fuga di migliaia di estremisti si farebbe concreta. L’Fds controlla una decina di prigioni in cui sarebbero detenuti 11mila presunti ex combattenti dell’Isis, di cui circa 800 foreign fighters europei (una trentina quelli con passaporto italiano), scrive l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi).

Il patto Turchia-Russia
Intanto gli scontri proseguono, nonostante il cessate il fuoco, e Ras al-Ayn/Serê Kaniyê finisce in mano turca, mentre le forze americane lasciano Raqqa e Aleppo dirette nel Kurdistan iracheno. Il 22 ottobre a Sochi, sul Mar Nero, i presidenti di Russia e Turchia, Vladimir Putin e Recep Erdogan, firmano un memorandum di dieci punti che prevede, tra le altre cose, ulteriori 150 ore di cessate il fuoco per consentire la ritirata ai curdi e pattugliamenti congiunti russo-turchi entro 10 chilometri dal confine turco-siriano, con il rientro in campo anche di quelle siriane per la realizzazione e il controllo di 15 check point alla frontiera. Anche questa tregua è scritta sulla sabbia, gli attacchi continuano. Scrive in un report l’organizzazione di carattere umanitario Mezzaluna Rossa Curda, che fornisce primo soccorso e assistenza medica in loco: “Dopo il cessate il fuoco abbiamo contato 21 vittime civili e 27 feriti, esclusi quelli rimasti sotto le macerie e chi viene rapito e giustiziato dagli alleati della Turchia. Nove operatori sanitari sono morti”. Inoltre si fa riferimento al possibile uso di armi chimiche da parte dell’esercito turco, sospetto che sarebbe emerso dopo le visite di pazienti con ustioni con “sintomi anomali”: “Non possiamo ancora confermare l’uso di armi chimiche, ma stiamo collaborando con i nostri partner internazionali per indagare su questo argomento”. Infine il 29 ottobre, nel giorno del novantaseiesimo anniversario dalla fondazione della Repubblica di Turchia, Erdogan ha ricevuto la notizia tanto attesa. Il ministro della Difesa russo Serghei Shoigu ha annunciato che il ritiro dei curdi dalla safe zone era stato ultimato. Il 30 il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha dichiarato che “l’aggressione della Turchia mette a rischio la sicurezza dell’Italia e dell’Unione europea”, col rischio di rientro dei foreign fighters, e l’ha definita “ingiustificata, che tende a realizzare un’opera di ingegneria etnica inaccettabile”. Ed è costata, in termini di vite umane, oltre 500 morti da ambo le parti.

Un territorio “mosaico”
Una definizione efficace e poetica del Kurdistan, 450mila chilometri quadrati suddivisi tra Turchia, Siria, Iran e Iraq, la dà Soran Ahmad, il segretario generale dell’Istituto internazionale di cultura curda di Roma: “Il Kurdistan è sempre stato un territorio mosaico, in cui hanno vissuto stabilmente diverse minoranze”, come azeti, osseti e yazidi. Oltre che dalle condizioni geografiche, questa convivenza è nata e si mantenuta grazie a un impianto culturale antico e radicato nell’area. Spiega ancora Ahmad: “Il concetto di base, di matrice zoroastriana, è che la terra è di ogni essere vivente che la abita. Questo concetto ha permesso alla cultura curda di sviluppare, nel corso dei millenni, un pensiero democratico”. Un pensiero democratico portato a livello radicale, in certi casi. Come testimonia il citato Rojava, la regione nordorientale autonoma de facto dall’autorità centrale siriana dal 2012. Damasco non l’ha mai ufficialmente riconosciuta, ma questa amministrazione autonoma retta da un uomo e una donna, Mansur Selum e Ilham Ehmed, suddivisa in cantoni, ha una sua costituzione, il Contratto sociale per l’autogestione, e realizza in pieno il sogno di confederazione democratica immaginato dal padre di questa teoria politica, il leader politico del Partito curdo dei lavoratori (Pkk) Abdullah Ocalan. Si tratta infatti di un esperimento di democrazia autogestita dove vigono l’ecologismo, la parità di genere, la libertà di culto, il multiculturalismo e la multi-etnicità. Un unicum all’interno del mondo arabo, che può essere considerato un modello o una minaccia. “Tutti possono vivere nel Rojava”, spiega Alican Yildiz della Mezzaluna Rossa Curda Italia “libertà per tutti i popoli, è un concetto molto forte”. “Per me poteva rappresentare il futuro del Medio Oriente: la pace”. Il ruolo della donna, per esempio, è molto diverso dalla maggior parte dei paesi arabi dell’area, continua Yildiz: “La società curda è aperta anche al ruolo della donna, differentemente dal resto del Medio Oriente. Le donne curde sono state in prima linea contro l’Isis e le donne sono co-presidenti nei comuni”. Vivere nel Rojava è stata “un’ opportunità anche per le donne arabe, che hanno capito cos’è la libertà”, conclude. Dell’antico ed orgoglioso ideale d’indipendenza cosa resta allora? “Mai chiesto la separazione dal Paese”, sostiene Yildiz. Ahmad si spinge poco oltre: “In questa fase storica tutte le aree curde ritengono che sia più logico rimanere all’interno degli Stati appartenenti, avendo però un’entità federale come già il Kurdistan iracheno”.

Ostilità tra turchi e curdi (ma non solo)
Le prime pulsioni indipendentiste tra i curdi risalgono al XIX secolo, quando la regione era ancora suddivisa tra l’Impero ottomano e la Persia, l’attuale Iran. Il sogno di vivere liberi nel loro paese sembra farsi più reale con lo smembramento dell’Impero ottomano alla fine della Prima guerra mondiale, col Trattato di Sevres del 1920. Lì infatti i vincitori del conflitto avevano previsto la nascita di uno stato curdo. Ma già nel 1923 con il Trattato di Losanna che ridisegnava i confini della Turchia il diritto di un popolo all’autodeterminazione viene accantonato. In quanto minoranza nei rispettivi paesi, i curdi sono stati spesso discriminati. Nel 1928, nella Turchia laica di Kemal Ataturk, viene approvata una legge – abolita solo nel 2013 – che vieta l’utilizzo di tre lettere, q, w e x , perché presenti nell’alfabeto curdo ma non in quello turco. Per tutto il Novecento in Iraq ci furono scontri tra curdi e le autorità irachene, risolti spesso con deportazioni e sparizioni dei primi. Ma le repressioni più dure risalgono agli anni Ottanta, quando l’allora ràis Saddam Hussein ne sterminò migliaia facendo ricorso ad armi chimiche a Halabja nel marzo 1988, quasi cinquemila morti, e Qala Diza. Gli anni Ottanta sono un decennio spartiacque anche per i curdi della Turchia, da sempre ribattezzati poco gentilmente “turchi di montagna”, perché le autorità cercarono di schiacciare sempre di più la minoranza curda, vietandone l’uso della lingua. Nel 1984 il Pkk, guidato dall’ideologo Ocalan, sceglie per la prima volta la via dell’insurrezione armata durata fino al 1999, quando il leader del Partito viene arrestato a Nairobi, in Kenya, ed estradato in Turchia dove viene condannato a morte, pena poi tramutata in ergastolo tre anni dopo. Una seconda insurrezione ha preso piede nel 2004 e si è protratta fino al 2013 quando lo stesso Ocalan ha annunciato la fine della lotta armata e avanzato la richiesta di una tregua. Per la sua attività paramilitare – come gli attentati dinamitardi o i sequestri di occidentali -, il Pkk è stato accusato dalle autorità turche di terrorismo e lo stesso Erdogan non smette di riferirsi ai membri di quel partito come dei “terroristi”. Proprio nel perseguire la sua lotta contro i curdi di Turchia, il presidente turco ha deciso di intervenire nel nord della Siria. “L’opinione pubblica turca considera l’operazione siriana in continua con l’obiettivo di sconfiggere il Pkk”, spiega ancora Loccatelli. “Ankara rivendica il diritto di difendere il confine da organizzazioni che ritiene terroristiche, il Partito dell’Unione democratico curdo (Pyd) e lo Ypg, dei quali denuncia il legame con il Partito di Ocalan”. Una difesa che si concretizza nella morte di donne e bambini innocenti, colpiti dalle bombe mentre sono nelle loro case.

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