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Cile, i punti chiave della protesta

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Il Cile non ha un buon ricordo dei militari e dei carrarmati in strada, a causa della sua storia di dittatura, ai tempi di Pinochet.

Ma in questi ultimi giorni i mezzi pesanti e l’esercito sono tornati a marciare per le vie di Santiago del Cile – e anche di altre città – a causa delle proteste sui rincari che stanno infiammando il Paese. In poco più di 36 ore di manifestazioni, 11 persone hanno perso la vita. Ventimila posti di lavoro hanno subito conseguenze, le banche e i grandi centri commerciali hanno preferito tenere abbassate le loro serrande. In una città come Santiago del Cile, che conta 5,614 milioni di abitanti, solo 436 supermercati sono aperti. La capitale cilena sta funzionando al 60% del suo potenziale.

Come è iniziato il caos
“L’inizio della protesta che stiamo vivendo in Cile, è coinciso con l’aumento della tariffa della metropolitana”, spiega Gustavo Sburlatti, giornalista di Mega Tv. “Tutto è iniziato con un appello degli studenti a non pagare il bisglietto della metro a cui, piano piano, si sono unite molte persone, soprattutto dopo ever visto l’azione repressiva della polizia nei confronti degli studenti in protesta”. Il governo cileno, infatti, nei giorni scorsi aveva approvato un aumento da 800 a 830 pesos del biglietto della metropolitana, quotidianamente usata da circa 3 milioni di persone. Questa decisione ha provocato al reazione degli studenti che hanno iniziato a protestare entrando nella metro senza pagare e facendo in modo che anche altre persone entrasseso in maniera gratuita. Lo scorso venerdì, le proteste sono aumentate, ci sono stati scontri, a Santiago 106 stazioni della metro su 130 sono state incendiate. Un’escalation che ha fatto vivere al Paese la giornata più violenta da decenni. “In realtà – spiega il giornalista – l’aumento del biglietto della metropolitana è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Da molto tempo, infatti, la popolazione cilena, vive una situazione di scontento in vari settori, a partire dal sociale fino alla salute, l’educazione, le pensioni e la delinquenza. Tutti questi temi, uniti a una poca emapatia del governo nel trovare soluzioni, ha portato a uno stallo sociale, dove chiaramente la delinquenza dilaga con atti vandalici, saccheggi, furti”.

Cosa sta facendo il governo
Il governo di Sebastian Piñera ha annunciato la sospensione del rincaro del biglietto del metro, specificando che sarebbe stata necessaria una legge per rendere effettivo il provvedimento. Una legge urgente per raggiungere un accordo e permettere di proteggere meglio le persone. “Credo che in un primo momento il governo non vi abbia dato molta importanza, probabilmente non hanno pensato che la situazione potesse degenerare così tanto – afferma Sburlatti -. Quando si sono resi conti di essere sopraffatti, la prima misura adottata è stata quella di far dispiegare i militari nelle strade, proclamare lo stato di emergenza e istituire un coprifuoco. Fattori che hanno politicizzato ancora di più la questione, per questo l’opposizione ha organizzato ‘cacerolazos’ (persone riunite in posti strategi a ‘suonare le pentole’) e manifestazioni contro il coprifuoco”. Ma il malcontento della popolazione cilena non è nato dall’oggi al domani. Infatti, sia i governi di Bachelet che quello di Piñera hanno generato aspettative, poi disilluse, che hanno contribuito ad aggravare l’insoddisfazione.

Il ruolo degli studenti nelle manifestazioni
“Gli studenti in Cile, sono stati, già da vari anni, il movimento sociale che per più volte è sceso in strada per manifestare. Per questo si è trasformato in un movimento di protesta che, se prima non era molto ascoltato, oggi viene preso molto sul serio”, spiega Sburlatti. Sono stati proprio gli studenti, infatti, a realizzare una delle più importanti e imponenti manifestazioni in Cile, dopo il ritorno della democrazia. Si tratta della cosidetta “rivoluzione dei pinguini”, avvenuta nel 2006, che ha dato vita a un importante precedente per quanto riguarda la domanda sociale di miglioramento dell’istruzione nel Paese sudamericano.

La testimonianza di chi vive a Santiago del Cile
“Siamo chiusi in casa, non possiamo uscire, non è sicuro. Inoltre, non funziona neanche la metropolitana che è stata quasi tutta bruciata”. A parlare sono Rodrigo e Carolina, membri dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, che vivono a Santiago del Cile, insieme ai loro due figli, Simon ed Elena. “Siamo preoccupati, ma questa situazione in qualche modo era necessaria”, spiega Carolina che, pur condannando fermamente gli episodi di violenza, racconta come la popolazione cilena sia ormai allo stremo non ce la fa più. “Aumenta il costo della luce, del gas, del biglietto del metro ma il salario minimo resta sempre quello – racconta Rodrigo -. Ci sono persone che, dopo aver pagato le bollette, non hanno più niente nel loro portafoglio. Come fanno a vivere?”. Basti pensare che in Cile il salario minimo è di 301.000 pesos, al cambio 371, 74 euro, mentre la pensione minima è pari a poco più di 187.000 pesos, ossia 231 euro. “Quello che succede ora, è che le persone stanno andando in pensione e poi cercano dei lavoretti per arrivare a fine mese. Una persona che ha lavorato tutta la sua vita, a 65 anni va in pensione e deve iniziare di nuovo a cercare lavoro per vivere. E’ terribile”. “Non so quando finirà tutto questo. Da dentro casa ascoltavamo le sirene delle ambulanze, dei vigili del fuoco, dei militari. E’ terribile. Come posso spiegare questa situazione a mio figlio che ha 7 anni?”.

Un’oasi di pace che non c’è
Incendi, scontri, stato d’emergenza e coprifuoco, una situazione che in Cile non si viveva da decenni e che riporta indietro ai tempi della dittatura di Pinochet. E questo, sta accadendo in un Paese che il presidente Piñera aveva definito “un’oasi di pace”. Ora la situazione è cambiata bruscamente e nessuno sa se la rabbia dei cileni si fermerà e quando accadrà.

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