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6:22 am - giovedì Novembre 21, 2019

Siria, tutte le variabili della crisi curda

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Non c’è solo la Turchia come agente operativo all’interno della crisi che attanaglia i curdi siriani.

La linea di avanzata dell’esercito di Ankara inizia a spostare qualche equilibrio, in un contesto in cui l’Occidente sembra riservarsi poca voce in capitolo vista l’ormai definitiva smobilitazione degli Stati Uniti e la scarsa presenza europea sul campo, limitandosi allo studio di una strategia di argine all’avanzamento turco sul piano economico. Dazi in vista da parte degli americani, con Trump che minaccia di “distruggere l’economia del Paese” e stop all’export di armi dell’Italia: misure che mirano a rallentare le pretese di Ankara sulla creazione della zona-cuscinetto appena al di qua del confine nord della Siria ma che, più in sostanza, potrebbero sortire effetti limitati. Il tutto mentre i curdi strappano un accordo con Assad, senza la garanzia di guadagnarci in sicurezza, con la popolazione che, in fase di arretramento, sembra avanzare verso una nuova possibile crisi umanitaria. In Terris ha fatto il punto della situazione con Lorenzo Marinone, responsabile del desk per il Medio Oriente e il Nord Africa del Centro studi internazionali (Cesi), nelle ore in cui le truppe della Turchia hanno iniziato a muovere contro il centro-chiave del Rojave siriano, Manbij.

Dott. Marinone, l’operazione turca in Siria ha improvvisamente alzato l’asticella del rischio umanitario all’interno dell’enclave del Rojave. Al di là delle manovre militari di Ankara, l’accordo strappato ad Assad rappresenta una variabile che sembra non smorzare l’emergenza…
“A livello politico, con l’accordo fatto tra le autorità curde e Assad, quella che era l’amministrazione autonoma da Damasco creata dai curdi probabilmente svanirà, perché i curdi si sono trovati costretti, per difendersi dall’offensiva dei turchi e senza più poter contare sugli americani, che nel frattempo si sono ritirati ufficialmente, si sono dovuti rivolgere a Damasco: le alternative davanti alle quali si sono trovate davanti erano l’annientamento totale a opera dell’offensiva turca o il tentativo di salvare il salvabile. Ovviamente Assad è fortemente contrario a qualsiasi forma di autonomia per i curdi e, quindi, inevitabilmente in questo accordo non può che essere sacrificata che quella parte. I curdi hanno dovuto vendere il sogno di un Rojave indipendente o anche solo autonomo”.

Su un piano strettamente umanitario la situazione è grave: l’offensiva turca non coinvolge solo i miliziani…
“E non riguarda neanche solo i curdi, perché la zona che è teatro dell’operazione turca è abitata da curdi, arabi e altre tantissime minoranze che, fra l’altro, i curdi nella loro amministrazione avevano cercato di integrare e tutelare. Da un punto di vista umanitario ci sono alcuni fattori discriminanti: il primo riguarda quanto questa offensiva durerà nel tempo. E’ vero che al momento c’è un accordo con Damasco da parte dei curdi ma non è assolutamente chiaro cosa succederà né come si rapporteranno i turchi con il governo centrale e con i russi. Le truppe di Damasco stanno andando verso la zona curda, può darsi che l’offensiva si congeli o anche che si protragga per più tempo. E’ difficile che la Turchia si possa accontentare di quei pochi punti del territorio siriano che sta controllando adesso nell’Est. Sono solo un paio di città e neanche tutti i centri abitati lungo il confine, può darsi che voglia continuare e ottenere qualcosa di più”.

Aggravando ulteriormente la posizione curda…
“In questo caso, ovviamente, la popolazione si troverebbe esposta. L’alternativa è scappare, non verso la Turchia ma verso sud, in quei territori dove stanno arrivando le truppe di Damasco. Non è neanche scontato che un esodo dei curdi e delle altre popolazioni verso quelle zone che sono controllate da Damasco sia una soluzione che li renda effettivamente sicuri. In questi anni abbiamo avuto innumerevoli notizie di violazioni dei diritti umani e di atti anche molto efferati verso coloro che sono considerati oppositori politici e non solo. Inevitabilmente, questi popoli sarebbero esposti a possibile rappresaglie di Damasco o di milizie collegate: non dobbiamo pensare che ci sia sempre un ordine che arriva dal governo centrale: i gruppi a cui si appoggia l’esercito sono molto autonomi e questo si vede anche nello scarso controllo che hanno sulle azioni compiute”.

E l’altra discriminante?
“Questa è molto importante, per i soccorsi, l’arrivo di aiuti e di ambulanze: capire se i turchi arriveranno a controllare e a tagliare del tutto l’autostrada che corre parallela al confine turco-siriano. Questa strada è la fonte principale di rifornimento: se i turchi avanzano ancora e la interrompono, i curdi e anche gli eventuali portatori di aiuti, si ritroveranno a dover optare per altre vie, molto più lunghe e che passano in un territorio che a giorni verrà controllato da Assad. Non è scontato che la logistica degli aiuti umanitari sia facile ma addirittura possibile. Questo è un fattore che può peggiorare di molto la situazione da un punto di vista umanitario”.

E’ per questo che in molti hanno accostato le manovre turche a quanto accadde in Armenia, lasciando emergere il termine “genocidio”?
“La parola genocidio è molto scivolosa perché è un termine soggetto a un uso politico. La definizione legale di genocidio implica una volontà sistematica ed esplicita di voler eliminare un gruppo su base etnica. I curdi, anche quelli siriani, sono distribuiti in tante zone: la Turchia dubito che avrebbe veramente un vantaggio a eseguire un piano di genocidio su larga scala, perché ha milioni di curdi nel proprio territorio, perché gli si ritorcerebbe probabilmente contro e attirerebbe molto di più le accuse della Comunità internazionale. Altro discorso è fare un’operazione che va a raggiungere l’obiettivo strategico di Ankara, chiaro da tempo, di creare una zona cuscinetto al confine siriano. Il problema turco non riguardava solo la possibile creazione di una zona autonoma curda a ridosso dei propri confini (con possibile effetto contagio nel territorio turco) ma anche la semplice permanenza di un’amministrazione che garantisse un retroterra al Pkk, un’organizzazione che ha profondissimi legami (ideologici ma anche operativi) con le forze curde siriane. Da questo punto di vista, nonostante le rassicurazioni curde, Ankara ha ritenuto di non potersi fidare e di creare una zona cuscinetto che si interpone fra curdi siriani e Pkk”.

Dazi, sanzioni, stop all’export di armi… Soluzioni di facciata o potrebbero giocare un ruolo di peso?
“Sono misure che sicuramente potrebbero avere un peso ma forse non determinante, se inteso come un mezzo per fermare l’offensiva turca. Al momento gli Stati Uniti non hanno più una presenza militare in Siria, che era un enorme deterrente. E difficilmente potranno rientrare, sia per il possibile veto dei curdi, sia perché se effettivamente Damasco prende il controllo di quel territorio, per gli Usa significherebbe una dichiarazione di guerra non solo ad Assad ma anche alla Russia. Gli Stati europei hanno ancora meno leva perché non hanno una presenza in teatro: ci sono soli piccoli distaccamenti francesi e britannici ma che, senza ‘l’ombrello’ americano saranno probabilmente costrette ad andarsene. Quindi, sanzioni, dazi e il blocco dell’export, sono misure che possono colpire duramente l’economia turca ma quelli che sono gli equilibri siriani non vengono più decisi da Washington o a Bruxelles: ormai è una partita che si gioca tra la Russia, la Turchia e l’Iran, gli attori esterni che hanno ancora molta influenza in Siria. E’ molto probabile che, per quanto possano essere dure le misure contro i turchi, vadano a sortire l’effetto opposto, avvicinando ad esempio Ankara ancor di più alla Russia, dalla quale ha già comprato il sistema di difesa antiaereo S400 con tutto ciò che ha comportato nei rapporti con gli altri Paesi Nato, soprattutto gli Usa. La Turchia sta perseguendo un interesse strategico e sta raggiungendo il suo principale obiettivo di politica estera. Il prezzo che la Turchia è disposta a pagare è molto alto”.

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