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12:21 am - martedì Novembre 12, 2019

Eritrea, l’appello di don Zerai: “Il nuovo governo italiano ci aiuti”

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Si acuisce la repressione del regime eritreo contro la Chiesa cattolica e tutte le altre confessioni religiose. Dopo la chiusura, tra giugno e luglio, di circa 30 strutture sanitarie gestite dalla Chiesa, il governo comunista ha ordinato anche l’interruzione del servizio di otto s vcattoliche.

La vicenda
Secondo quanto riportato da Radio France International, martedì i militari hanno chiuso e occupato questi istituti, impedendo così a migliaia di studenti di rientrare in classe. I soldati hanno fatto irruzione nella celebre scuola San Giuseppe di Keren, la terza città più importante del Paese, chiudendo l’istituto. Lo stesso è avvenuto a Massawa, Mendefera e in altre cinque città. Malgrado queste azioni, tutte le 50 scuole e le centinaia di asili cattolici hanno aperto le classi ai loro alunni. Negli anni scorsi azioni simili hanno colpito l’istruzione gestita dalla Chiesa ortodossa. Nel 2017 è stata chiusa anche una scuola musulmana nella capitale Asmara.

Nuove persecuzioni?
Le recenti persecuzioni governative vanno oltre la confisca dei beni immobili, negli ultimi due mesi almeno 150 cristiani sono stati arrestati in diverse città. L’ultimo episodio risale al 18 agosto, quando sono stati arrestati 80 cristiani a Godayef, un’area vicino all’aeroporto della capitale, Asmara. Si tratta di fedeli di Chiese protestanti non riconosciute dal governo. Lo Stato a malapena tollera infatti le religioni che ha trovato già radicate nel Paese; le nuove religioni di minoranza, come pentecostali e battisti, sono dichiarate illegali nel Paese già dal 2001. Risale invece al 1995 la legge che prevede che i piani di sviluppo sociale e di servizi sociali siano di pertinenza governativa, una norma alla quale il governo si sta appellando ora per confiscare scuole e ospedali.

La testimonianza
“È una legge frutto dell’ideologia maoista del regime al potere – spiega ad In Terris il sacerdote eritreo Don Mussie Zerai – loro vogliono avocare a sé tutte le attività sociali ed educative. Tutte le Chiese e le religioni devono mettere a disposizione le loro risorse, e sarà il governo a decidere come impiegarle”. Don Zerai denuncia un’applicazione retroattiva della normativa: “Si tratta di strutture preesistenti a quella legge e che potevano continuare a lavorare in autonomia”. Il presule poi sottolinea che lo Stato non si limita a riprendere la gestione di quei servizi ma opera la confisca di beni che appartengono alla Chiesa. In alcuni casi era stato lo stesso governo a chiedere l’intervento della Chiesa in aree isolate in cui c’era bisogno di un presidio scolastico o sanitario e ora si appropria di queste strutture perché “non i linea con i dettami del governo”. “La Chiesa così viene impoverita”, afferma ancora Don Zerai.

L’appello di don Zerai
Il sacerdote eritreo parla anche dei recenti arresti, evidenziando che per la prima volta un giudice ha chiesto ai cristiani fermati di abiurare la propria fede. Tutto questo continua ad alimentare il flusso dei migranti che scappano dal Paese. “In Etiopia continuano ad arrivare profughi eritrei – dice Don Zerai – prima erano solo giovani, ora si trovano anche tanti anziani che seguono i lori figli”. Don Zerai riferisce anche della diffusa delusione nei confronti della comunità internazionale: “Ci sentiamo abbandonati, nessuno muove un dito per fermare questo regime, sebbene l’esodo un milione e mezzo di eritrei faccia capire la gravità della situazione”. “Lancio un appello al nuovo governo dell’Italia – aggiunge – che è il primo partner economico europeo dell’Eritrea. L’Italia ha un legame storico e un obbligo morale verso questa terra. Si interessi di tutto quello che sta succedendo”. Infine Don Zerai punta il dito contro i “troppi interessi regionali” che favoriscono lo status quo in Eritrea e “che portano sacrificare i diritti di 3 milioni e mezzo di cittadini”. Una situazione sul terreno per certi versi paradossale, infatti mentre Australia e Cina si apprestano a sfruttare i giacimenti minerai il governo ha recentemente vietato ai privati locali di prelevare la sabbia per fare il cemento armato indispensabile per ristrutturare i palazzi e fare nuove abitazioni.

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