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7:00 pm - mercoledì Novembre 20, 2019

La partita della compatibilità programmatica

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Questa bizzarra crisi agostana che ha prodotto il durissimo dibattito di martedì in Senato,

tende ad oscurare – ma non è una novità – il dato della compatibilità programmatica delle forze in campo: di quelle che si sono, almeno per il momento, separate; e di quelle che potrebbero nelle prossime settimane decidere di allearsi.
Da una parte dunque la frattura giallo-verde tra la Lega e il M5S; dall’altra la possibile alleanza tra M5S e Partito democratico. Guardiamo la crisi solo da questo punto di vista, lasciamo per il momento sullo sfondo tutto il complesso e poco edificante spettacolo delle contrapposizioni personali, dei calcoli di bottega e delle lotte tra partiti e tra correnti. Parliamo solo di programmi.

La compatibilità programmatica di Lega e M5S è stata possibile sin quando i due partiti, in parallelo, hanno provveduto a delle loro rispettive campagne elettorali: quota 100 per i leghisti, il reddito di cittadinanza per i grillini. Sulla politica migratoria Salvini ha chiesto e ottenuto una sorta di mandato in bianco nella scelta cosiddetta dei “porti chiusi”: il M5S ha accettato la linea del ministro dell’Interno (tanto da averlo difeso nella vicenda Diciotti) anche se non sono mancati problemi e difformità con gli altri ministri Trenta e Toninelli. In ogni caso i veri “casi” sono sorti sulla politica industriale (casi Ilva Tap,Tav, trivelle, Gronda di Genova e opere pubbliche in genere) e sulla richiesta di maggiore autonomia avanzata da tre regioni del Nord, due con le amministrazioni leghiste e una del Pd. Infine la divaricazione più forte è stata quando in Europa il M5S si è schierato a favore della candidata del Ppe alla presidenza della Commissione europea e la Lega ha invece votato contro. Quando l’insieme delle divergenze si è rivelato al di sopra della reciproca sopportazione, il caso è scoppiato ed è arrivata la crisi.

Ora la domanda è: la compatibilità programmatica tra il centrosinistra e i grillini è maggiore di quella del defunto governo giallo-verde? Difficile rispondere di sì. Su quasi tutto Pd e M5S nell’ultimo anno e mezzo hanno votato in difformità: Ilva, Tap, Tav, crisi industriali. Il reddito di cittadinanza è stato duramente criticato dai vari esponenti democratici, e non solo da Calenda, mentre Del Rio ha visto i grillini all’opera per smantellare il codice degli appalti e gli appalti medesimi varati quando lui era ministro dei Trasporti. Quanto all’autonomia, il Pd guida l’Emilia Romagna che ha fatto una richiesta più moderata di Veneto e Lombardia ma pur sempre molto caratterizzata. Sulla politica migratoria e della sicurezza, il Pd ha accusato il M5S di essersi sottomesso a Salvini. E sulla politica estera le divergenze sono sempre state molto serie, dall’europeismo al Venezuela non sono mancate le polemiche. Senza contare naturalmente la prima legge di Bilancio del governo giallo-verde con l’asserita “sconfitta della povertà”.

Ieri la Direzione del Pd ha posto delle condizioni programmatiche per avviare un dialogo e ha chiesto risolutamente “discontinuità” di persone e di programmi ai Cinque Stelle Per capire se una nuova maggioranza si potrà formare occorre capire fino a che punto queste richieste saranno accolte.

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