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8:10 pm - mercoledì Novembre 20, 2019

Chiudono punti nascita e pediatrie ma i conti non tornano

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Nelle Marche, così come in Lombardia, in Basilicata o in Emilia Romagna, venire al mondo è diventato difficile.

Non per il calo delle nascite, benché il triste fenomeno delle “culle vuote” sia strettamente collegato, ma a causa delle chiusure dei reparti di ostetricia e pediatria nei piccoli centri urbani, anche quelli rurali, un po’ in tutta Italia. A perire sotto la scure dei tagli voluti dal Ministero della Salute sono quei reparti dove non si raggiunge l’obiettivo minimo dei 500 parti all’anno, indicato come soglia minima per il mantenimento di una struttura sanitaria. Poco importa se le donne incinta dovranno fare un’ora di macchina prima di raggiungere un ospedale attrezzato col rischio concreto di partorire lungo la strada. I tagli sono necessari perché, spiegano le Regioni, “i centri troppo piccoli non riescono a garantire la qualità necessaria”. Un definanziamento che però ha sottratto alla sanità pubblica circa 28 miliardi dal 2010 al 2019. Le cure essenziali non garantite a tutti, gli sprechi e la progressiva crescita di fondi integrativi per ammortizzare la spesa privata per la salute stanno di fatto “facendo cadere a pezzi il Servizio Sanitario Nazionale”, come denunciato nel IV Rapporto della Fondazione Gimbe sulla Sostenibilità dell’Ssn, presentato in Senato martedì 11 giugno scorso. In pratica, maggiori tagli, meno risorse per tutti.

Il caso Fabriano
Emblematico il caso Fabriano. La cittadina anconetana è geograficamente parte di quei Comuni posti sotto gli Appennini umbro-marchigiani. Un’area e un bacino di utenza molto ampio: l’Asur Area Vasta 2 Sede di Fabriano comprende in sè un unico Distretto Sanitario formato dai Comuni di Cerreto D’Esi, Fabriano, Genga, Sassoferrato e Serra san Quirico. Il territorio di competenza copre una superficie di 542 Kmq e una popolazione complessiva nei 5 comuni di oltre 48.580 utenti. In questi anni, la Città della Carta ha subito non pochi problemi: dal fallimento di grandi gruppi industriali locali, al terremoto del 2016, che ha reso inagibili diverse strutture cittadine, pubbliche e private. E’ del febbraio scorso, inoltre, lo smantellamento voluto dal ministero della Salute dell’unico punto nascita della zona, quello dell’ospedale fabrianese Engles Profili. Le partorienti da Fabriano devono dirigersi verso altre strutture idonee, “su scelta della donna”, come recita l’avviso sul sito Asur Marche. In realtà, le famigerate “scelte della donna” sono solo due, salvo il viaggio fino al capoluogo che richiede oltre un’ora di strada: o l’ospedale di Jesi attraverso le gallerie di Genga con gli infiniti lavori sulle carreggiate per la costruzione del Quadrilatero (minimo 45 minuti di marcia ad essere fortunati) o verso l’ospedale di Branca, almeno mezz’oretta di strada, ma… in Umbria. La chiusura in febbraio di Ostetricia ha avuto pesanti ricadute anche sul vicino reparto di pediatria. Sempre in nome di una fantomatica “garanzia di qualità” a spese del servizio in loco al cittadino, dal 18 marzo scorso il reparto di Pediatria dell’ospedale di Fabriano è chiuso. “Possiamo contare solo su una modesta assistenza ambulatoriale di 6 ore (8/14) per le osservazioni del caso ed eventuali ricoveri in altre strutture”, avverte l’Associazione Fabriano Progressista, che sta portando avanti una raccolta firme (già 7000 quelle raccolte) per la riapertura di pediatria. “Così come già avvenuto con la chiusura del Punto nascita, la dismissione di Pediatria rappresenta un colpo gravissimo per la nostra comunità, che continua a non essere tutelata a livello regionale” sottolinea l’Associazione fondata da Francesco Spedaletti e dal consigliere comunale Vinicio Arteconi.

Il commento del consigliere comunale Arteconi
E proprio il dott. Arteconi, già ginecologo presso il reparto di ostetricia di Fabriano, aveva così commentato la chiusura del punto nascite lo scorso febbraio: “Non si può chiudere un reparto per colpa di un vincolo numerico. E’ come se la Cardiologia interrompesse l’erogazione delle sue prestazioni perché in città avvengono pochi infarti. La politica non può considerare un malato come semplice numero ma deve assicurare cure e assistenza nel modo più omogeneo possibile non privilegiando la costa a discapito dell’entroterra”. Ora, la riduzione di pediatria ad ambulatorio part-time – con il numero di medici ridotto all’osso – e a mero “centro di smistamento” verso altri ospedali pediatrici, come il “Salesi” di Ancona. “Il territorio montano conta ben 7823 bambini in età pediatrica che, nel rispetto dell’ormai famoso ‘polo di riferimento’ stabilito dalla Regione Marche, vengono dirottati a Jesi con tutti i disagi che la circostanza comporta”, spiega a In Terris il consigliere comunale. “Numerosi sono già i casi lamentati da alcune mamme costrette a corse frenetiche e pericolose, vista anche la disastrosa viabilità delle strade di collegamento sia in direzione Jesi che in direzione Branca, con bambini con febbre alta, o con vomito ed episodi gastrointestinali; oppure mamme che partoriscono in ambulanza o addirittura sul divano di casa. Tutti costretti a rivolgersi altrove”. “La chiusura del punto nascita ha molti significati”, evidenzia il dott. Arteconi. “Il primo è antropologico ed è legato alle radici per cui nascere in un luogo crea un legame indissolubile e forma una comunità psicologica. La chiusura viceversa crea mortificazione e frustrazione. Il secondo significato è più pratico ed ha a che fare con l’indotto che la nascita crea nei servizi”. Nel senso che “chi partorisce in un luogo in genere poi fa controlli per sé e per il neonato nello stesso luogo”. A tutti questi problemi, si aggiungono gli effetti del terremoto del 2016. “Sì, infatti – aggiunge il medico – la Regione che non ha ottemperato alla legge del febbraio 2017 – pur avendola recepita con una determina mai revocata – che imponeva di non chiudere nessun servizio nei comuni compresi nei crateri sismici”. Gruppo di comuni dei quali fa parte anche la Città della Carta. “La chiusura della pediatria – secondo Arteconi – è addirittura un atto illegale (interruzione di pubblico servizio) giustificato dall’impossibilità di reperire specialisti disposti a lavorare a Fabriano”. Ma non si tratta di un problema di medici, assicura il ginecologo, perché “i pediatri dell’ospedale di primo livello ‘Fabriano Senigallia Jesi’ sono 19 e potrebbero assicurare il servizio in tutti e tre i presidi. Quali dunque i possibili scenari? “Le soluzioni secondo noi sono fondamentalmente due. La prima è quella di superare le vecchie aree provinciali e creare un’area vasta montana trasversale che vada da Camerino a Pergola da Mergo a Fabriano che ci permetta di arrivare a 100 mila abitanti condividendo alcuni servizi con la vicina Umbria (l’ospedale di Branca in particolare) che ha i nostri stessi problemi di numeri. In secondo luogo, procedere all’assunzione di personale a tempo indeterminato per Fabriano con l’obbligo di rimanere in questo ospedale per almeno 5 anni”. Senza dimenticare che Fabriano è area sismica, conclude Arteconi, “sarebbe inoltre necessario costruire le nuove sale operatorie antisismiche corredandole con strumentazioni di ultima generazione ( come i robot DaVinci) e favorire l’adeguata formazione del personale coinvolgendo l’Università i privati e le Fondazioni con donazioni liberali”. Concetto ribadito anche da Katia Silvestrini, portavoce del Coordinamento cittadino per la salvaguardia dell’ospedale Profili. “Chiusure e dismissioni dei reparti sono chiaramente una scelta di natura politica della Regione Marche che sta depauperando l’intera area montana anche grazie alla passata chiusura dei reparti di ostetricia negli ospedali di Camerino e San Severino Marche”. “Donne – sottolinea – che sceglievano l’ospedale di Fabriano per partorire”. Dunque, un polo attrattivo anche per chi viveva fuori dall’Area Vasta 2. “Sì; ora, invece, le future mamme scelgono l’ospedale umbro di Branca rispetto a quello marchigiano di Jesi per la cattiva situazione della viabilità all’altezza di Genga: troppi rallentamenti a causa dei lavori per la Quadrilatero”. “Ritengo che la Regione Marche stia attuando una politica ‘miope’ che guarda solo alla costa tralasciando l’entroterra montano”, rincara Silvestrini “contrariamente agli obiettivi stabiliti nello Statuto Regionale che evidenzia la necessità della tutela delle aree interne”. “Questa politica ha diviso in due gruppi di appartenenza i marchigiani, dove noi cittadini della montagna siamo considerati di Serie B, e continua a nascondersi dietro parole sterili come ‘ottimizzazione’ e ‘sicurezza’ legandole a dei numeri”. “Noi riteniamo che il reale obiettivo della Regione sia quello di depotenziare prima e smantellare poi pezzo per pezzo gli ospedali delle zone più disagiate, nonostante Fabriano rientri nel cratere sismico”. Incrementare la zona costiera, dunque, risparmiando (attraverso i tagli) sull’entroterra.

Piovono ricorsi
I problemi di Fabriano sono i medesimi di molti altri comuni lungo la Penisola dove i numeri (dei posti letto o delle nascite annue) contano più dei bisogni dei cittadini. Come un serpente che si mangia la coda da solo: meno nascituri, conseguente chiusura dei punti nascita più piccoli, pochi incentivi e sostegni economici alle famiglie, difficoltà nel raggiungere i presidi ospedalieri. Risultato: ulteriore calo delle nascite. Con 190 ospedali chiusi per partorire servono – in media in Italia – 90 minuti di macchina per raggiungere il reparto. Sono la Sardegna e la Sicilia a contendersi il primato delle chiusure. Napoli, Milano e Torino sono invece le province dove l’austerity sanitaria ha tagliato più ospedali con meno di 120 posti e punti nascita con meno di 500 parti l’anno. E fioccano i ricorsi: il ministero della Salute dichiara alla Stampa di non disporre di “dati consolidati sul numero degli ospedali attivi e chiusi: il monitoraggio delle programmazioni regionali non fa emergere un quadro sicuro sulle chiusure dei piccoli ospedali, in presenza di diversi procedimenti giuridico amministrativi”. Antonio Saitta, assessore alla Sanità del Piemonte e coordinatore della commissione Salute della Conferenza delle Regioni, sempre sulla Stampa difende “un approccio nuovo, al quale dobbiamo abituare la popolazione, ma anche i medici di famiglia, fondamentale anello di congiunzione”. E assicura: “Le Regioni attuano il Patto della salute firmato col ministero per la sicurezza dei pazienti e i dati scientifici dimostrano che numeri e tassi di interventi troppo ridotti in alcune discipline mediche sono pericolosi”. Perciò “la politica di ridurre i piccoli ospedali dove un tempo si faceva tutto non nasce da calcoli economici, ma dalla necessità di garantire più salute”. Eppure, i conti non tornano e, da Nord a Sud, si moltiplicano disagi e proteste. Due terzi degli italiani sono contrari ai tagli. Il 66% si oppone alla chiusura dei piccoli ospedali, contro il 34% che invece è favorevole perché li considera poco attrezzati o poco frequentati.

L’esempio del Friuli autonomo
Eppure, le soluzioni esistono. Ne è esempio il Friuli Venezia Giulia, Regione a statuto speciale che, nel 1997, esce dal Fondo sanitario nazionale per gestire in autonomia la sanità. Da allora la Regione paga da sé il servizio sanitario che garantisce ai suoi 1,2 milioni di cittadini. In cambio trattiene alcuni decimi di imposte, dall’Iva all’Irpef all’lres, pagate da lavoratori, professionisti e imprese che risiedono nel territorio. E qui la sanità vale oltre metà del bilancio regionale e il finanziamento per il 2018 è stimato in 2,16 miliardi, in crescita rispetto ai 2,15 del 2017, esercizio che si prevede chiuderà in perdita. La gestione autonoma della sanità ha consentito a questa regione di operare scelte diverse in materia di ticket. Non c’è il “balzello” fisso sulla ricetta per la prescrizione di medicinali e la compartecipazione si limita alla differenza di prezzo tra il farmaco di marca e l’equivalente generico. Il piano di odontoiatria sociale è totalmente gratuito per i bambini fino a sei anni. Due gli istituti di cura a carattere scientifico pubblici, il Cro di Aviano per l’oncologia e il Burlo Garofolo a Trieste che si prende cura di mamme e bambini. Il basso tasso di ricorso ai cesarei indica l’elevata qualità del servizio sanitario. Il Friuli Venezia Giulia, inoltre, è tra le poche regioni ad aver garantito da subito la fecondazione eterologa dietro il solo pagamento del ticket, ha istituito le reti tempo-dipendenti per garantire la migliore assistenza a pazienti colpiti da patologie come infarto e ictus il cui esito dipende molto dalla velocità e l’appropriatezza delle cure. Sono stati resi comparabili pubblicamente i tempi di attesa per prestazioni diagnostiche e visite specialistiche in tutte le strutture della regione. In rete vengono comunicati i tempi di attesa dei Pronto soccorso. E il Pne, Programma nazionale esiti, assegna alla sanità regionale livelli alti e molto alti di aderenza agli standard di qualità. Un caso isolato. Forse perché – in questa Regione – i pazienti non sono visti solo come “vincoli numerici” da rispettare. Altrimenti, ragionando solo in funzione dei “tagli”, i conti (economici e umani) non torneranno mai. Nel frattempo, all’orizzonte si delineano nuovi inquietanti scenari, riguardanti per la precisione le attrezzature ospedaliere, al centro, pare, di un’ondata di furti in mezza Italia e rivendite a caro prezzo. Ma questo è un altro capitolo.

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