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8:01 pm - lunedì aprile 22, 2019

Escalation e appelli, la Libia è nel caos

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“Noi ci impegniamo a lavorare in modo costruttivo con l’Onu per organizzare elezioni credibili e pacifiche e a rispettare i risultati delle elezioni”.

Si era chiuso così, con tutta l’intenzione di procedere con un percorso di stabilizzazione, l’incontro tra Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar a Parigi, alla corte del presidente francese Emmanuel Macron ma senza l’Italia, perlomeno ufficialmente e al di là del ruolo di primo piano ricoperto sul fronte dei tentativi di gestione dei flussi migratori. Esattamente un anno dopo l’incontro Oltralpe tra il presidente del governo riconosciuto e il generale dell’esercito, uomo forte della Cirenaica, non solo non si è svolta alcuna elezione ma la situazione, che appariva già in equilibrio precario, è infine esplosa nel momento in cui il Capo di Stato maggiore del governo di Tobruk ha scelto di avanzare verso Tripoli, con un contingente militare meglio organizzato dalla sua e una rete di alleanze (Egitto in primis) che, a conti fatti, potrebbero favorirne l’ascesa.

Situazione instabile
Proseguono dunque gli scontri, con le prime decine di morti attorno alla capitale posta sotto assedio e l’ombra ormai ben più che tangibile di un’ennesima crisi nel Paese che, a vario titolo, torna a coinvolgere le principali forze mondiali, con Italia e Francia (la cui posizione, al netto di una strategia volta a dimostrare di non appoggiare il generale, resta ambigua) ad aprire le fila. In attesa di conoscere la posizione ufficiale del governo del nostro Paese, le principali voci che fino a questo momento si sono levate hanno invocato la “soluzione politica” pacifica, con l’obiettivo di stemperare gli animi e tornare di nuovo a sedersi a un tavolo per cercare di stabilizzare una situazione che, al di là dei principali protagonisti sulla scacchiera (Sarraj e Haftar), chiama in causa un’altra schiera di attori locali interessati a essere parte del percorso di riassemblaggio del territorio libico. Preso atto di un’offensiva, quella scatenata da Haftar, mirante probabilmente a rafforzare il suo peso militare-politico in vista dell’annunciata Conferenza di Ghadames, come spiegato da Nathan Vest ad Aki-Adnkronos, va ricordato che non più tardi di qualche mese fa (inizio autunno) la stessa Tripoli era stata presa d’assedio dalle forze della Settima Brigata e da altri gruppi che, dopo la conferenza di Parigi, temevano di restare esclusi dalla marcia verso le elezioni, tornando a rivendicare il proprio peso nella tripolitania (specie per la loro partecipazione alla rivolta del 2011 che aveva messo fine al regime di Gheddafi), dentro e fuori le mura della capitale.

Paese diviso
Con uno scenario in evoluzione praticamente di ora in ora, e la pressoché totale assenza di certezze, la sensazione è che la stessa conferenza di Ghadames (prevista dal 14 al 16 aprile) possa alla fine vedere concretizzato quello che, al momento, resta un rischio nonostante le rassicurazioni dell’Onu: quello di saltare e rimandare nuovamente per la Libia un appuntamento per tentare di definire la gepolitica interna dopo che, nel post-Gheddafi, la divisione fra il governo riconosciuto guidato da Sarraj e l’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) sotto il controllo dell’ex alleato del Rais ha di fatto spaccato in due il Paese. Questo, però, in un momento storico in cui da più voci viene invocata la soluzione diplomatica, percorribile unicamente attraverso una conferenza di pace che arrivi, se non a mettere d’accordo, quantomeno a far cessare provvisoriamente l’escalation di violenza attorno a Tripoli.

Appelli alla tregua
Nel frattempo, glissando sugli appelli internazionali, Haftar prosegue la sua offensiva contro Sarraj che, da parte sua, ha già fatto sapere che non si tirerà indietro e che l’unica strada che il generale può seguire è quella di ritirare le sue forze e “tornare da dove è venuto”, etichettandolo come “traditore” di chi ha “teso le mani per la pace”. Scontri che, nelle ultime ore, si stanno concentrando nella zona dell’aeroporto di Mitiga a Tripoli, unico scalo ancora operativo prima dei raid che hanno costretto a interrompere il traffico aereo (dopo una strage sfiorata, con un velivolo che ha rischiato di essere colpito). Circostanza che ha convinto anche il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, a invocare la cessazione del conflitto, uniformandosi così all’appello per il “cessate il fuoco” dell’Unione europea e a quella che, da parte dell’Onu, è una richiesta continua di mettere da parte le armi per trovare una soluzione pacifica. Al momento, il rischio maggiore è che possa slittare l’appuntamento di Ghadames il che, nonostante la missione delle Nazioni Unite continui sul territorio libico, significherebbe perdere un’occasione per cercare davvero quella auspicata risoluzione diplomatica. In termini maggiormente pratici, prima di questa occorre un passo che andrebbe a tradursi in una tregua umanitaria che potrebbe consentire perlomeno l’evacuazione sicura dei civili (già in fuga, con i numeri che parlano, a ora, di 2800 sfollati) da Tripoli. Qualche giorno ancora c’è, per capire se sarà escalation definitiva o se la via del confronto è ancora possibile.

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