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8:05 pm - lunedì aprile 22, 2019

Civita Di Russo: “Così aiuto lo Stato a combattere la mafia”

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Con l’interrogatorio del boss Tommaso Buscetta, Giovanni Falcone aprì una stagione nuova nella lotta alla mafia.

I collaboratori di giustizia diventavano un’arma formidabile in mano allo Stato per fare luce su affari, delitti e traffici della criminalità organizzata ma anche sui rapporti con la parte marcia della politica. Ne sa qualcosa l’avvocato Civita Di Russo, prima donna a scegliere di assistere i “pentiti”. Un lavoro arduo di suo, reso ancor più complicato dall’appartenenza a un genere (quello femminile) troppo spesso ancora discriminato, specie in ambito professionale. “Una volta un collaboratore di giustizia mi ha definito ‘fimmina’, in senso dispregiativo – racconta a In Terris – ma non mi sono arresa, mi ritengo una ‘tosta’, non mi sono tirata indietro, anzi avevo ancora più grinta per dimostrare che una ‘femmina’ avvocato non è da meno”.

Ha intrapreso questa strada per caso o per vocazione?
“All’età di 8 anni vedevo i film di Perry Mason, ne ero affascinata, era una sogno. Compresi nel tempo che fare l’avvocato penalista era la mia vocazione.Quando ho cominciato non mi conosceva nessuno e mi ero resa disponibile alla difesa d’ufficio, fui chiamata per difendere un collaboratore che aveva operato a Gela e il processo si teneva a Rebibbia. Dopo la morte dei Giudici Falcone e Borsellino, a Caltanissetta era Pm della Procura Distrettuale Antimafia il Dott. Kessler, che aveva avuto il coraggio di trasferirsi da Trento per andare in Sicilia; ebbi la fortuna di conoscerlo, capii l’importanza del mio lavoro, così quando mi chiamarono accettai”.

Si è chiesta perché proprio lei?
“Nessuno voleva farlo, perché avevano paura, ovviamente. Quando incontrai il cliente protestò chiamandomi ‘fimmina’, ma riuscii a convincerlo della mia professionalità e da allora non mi hanno più ‘mollata'”.

Come è il rapporto con queste persone?
“La fiducia è un pilastro totalmente fondamentale, divento la depositaria delle loro vicende più intime. È un rapporto molto particolare, si diventa il punto di riferimento più importante, a volte l’unico. Sono vite che da una parte si sgretolano e che poi necessitano di essere ricostruite. Spesso hanno le famiglie contro e bisogna risolvere problemi di ogni tipo”.

È più corretto definirli collaboratori o pentiti?
“Senz’altro collaboratori. La legge come è noto non fa la morale a nessuno e paga un prezzo per conoscere i fatti. La valenza dei fatti e delle dichiarazioni deve far fronte a un processo. Molti lo fanno per offrire alla famiglia e ai figli un futuro diverso, nuove opportunità di vita, lontano dai luoghi del dolo”.

C’è differenza tra ex affiliati di mafia e camorra?
“Le radici culturali sono profondamente diverse, anche se entrambi le regioni sono collocate al sud. Il pentito del clan camorristico agisce di pancia, è chiassoso, può cambiare facilmente avvocato, è popolano. Il siciliano prima di collaborare ci pensa molto, moltissimo, incontra difficoltà a far cadere i muri e una volta stabilita la fiducia non cambia più il legale”.

Perché ci sono meno collaboratori della ‘ndrangheta?
“Perché le ‘ndrine sono strettamente legate alla famiglia: collaborare significa denunciare i parenti stretti, fratelli, zii, cognati…. Ed è estremamente difficile anche a causa della chiusura ambientale netta in cui la loro vita si svolge”.

Riesce sempre a essere distaccata rispetto a quanto le raccontano o le capita di giudicare?
“Il mio compito è difendere, non giudicare. Solo una volta ho rinunciato ad un mandato: un collaboratore aveva commesso un delitto così efferato che non potevo andare contro me stessa. Quello che mi interessa è capire se per queste persone è possibile una vita diversa, soprattutto per i figli. A quel punto attraverso il mio lavoro è possibile offrire un’opportunità che altrimenti non avrebbero mai avuto se avessero continuato a vivere nei luoghi di origine. È una visione più ampia della vita possibile solo se si pensa ai tanti minori che delinquono e non hanno difficoltà a fare scelte diverse”.

Lei ha difeso anche una donna, è diverso il rapporto che si instaura?
“Come legale no, le donne collaboratrici non erano tantissime, adesso sono di più, in quanto è cambiato lo scenario. Molti uomini sono stati arrestati e le donne hanno dovuto prendere in mano le redini delle famiglie, si sono rese conto che una vita vissuta all’ombra del crimine non è l’deale per i figli, per loro, toccano con mano la violenza. Un fenomeno che riguarda le donne è il tradimento, ecco quello le ferisce, si parla di donne che sacrificano tutto al compagno, e quando si vedono tradite, non perdonano facilmente”.

C’è chi si pente con il cuore?
“Certamente, non è escluso che per qualcuno la vita nuova passi anche per un pentimento vero rispetto alle azioni nefaste compiute. Più o meno il disvalore delle azioni passate lo riconoscono tutti. Però in quel caso non si vive facilmente con il senso di colpa, i fantasmi sono presenti; più è grande il pentimento, quello vero, più è difficile perdonare se stessi, ma è un percorso che riguarda l’anima e dal quale non è escluso nessuno”

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