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Ostaggi del disprezzo

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Quando si parla di invasioni barbariche la mente corre alle epoche più buie nelle quali il disprezzo e la sopraffazione erano moneta corrente nelle relazioni sociali.

Oggi, nel Terzo millennio globalizzato, torna a dilagare proprio quel sentimento che vede nell’altro un nemico che è sempre da abbattere. E’ la
svalutazione che toglie “prezzo” e valore a ciò che unisce, a tutto vantaggio di quanto divide e contrappone. Per esempio, fino a pochi anni fa, una soltanto delle tremende vicende di cronaca nera avrebbe tenuto banco nei media per lungo tempo. Ex mariti che bruciano le mogli in auto, fidanzati che per gelosia trucidano le loro giovani vittime, addirittura sono sempre più frequenti episodi di militari che commettono gravi reati invece di
reprimerli. Tutte le agenzie educative, incluse le realtà del cattolicesimo, stanno sperimentando il buio del proprio tradimento. Cantava De Andrè: “La gente dà buoni consigli quando non può più dare cattivo esempio”. E così noi adulti, dopo aver consumato fino all’osso il patrimonio valoriale dei principi più sacri, sembriamo incatenati dall’ipocrisia di chi finge di scandalizzarsi per il vuoto incombente nelle nuove generazioni.
Ancora una volta c’è un solo termine che spiega tutto questo: il disprezzo cronico, sistematico e irreversibile verso il prossimo… ma in fondo anche verso se stessi.

In un recente passato, i telegiornali trasmettevano come folkloristiche e quasi comiche le immagini di parlamenti esotici nei quali i politici di opposti schieramenti venivano alle mani inscenando zuffe grottesche. Ormai da tempo anche nel “civilissimo” occidente è prassi, nelle sedi istituzionali e sui mass media, insultare l’avversario
negandogli qualsiasi ragione o terreno comune di dialogo. Il disprezzo ostacola la crescita civile di un popolo innalzando barriere che impediscono lo sviluppo etico e sociale di una comunità. Il costo più salato lo pagano i giovani, condannati a seguire quei modelli imbarbariti che trovano talvolta inattesi seguaci anche nel mondo cattolico. Ma questa è una strada senza uscita. Esattamente otto secoli fa il Poverello di Assisi attraversava il mare, divenuto campo di battaglia delle crociate, per tendere la mano al Sultano d’Egitto. Gesto ripetuto un mese fa nella Penisola arabica dal primo Pontefice ad aver scelto il nome Francesco. Oggi invece c’è chi vorrebbe giustamente negoziare spazi di democrazia nei regimi dittatoriali, contraddicendosi poi quando pretende di imporre agli altri quel pensiero unico che dice di voler combattere altrove.

Nel romanzo “I Vicerè” lo scrittore verista Federico De Roberto avvertiva: “Disprezzare è facile, meno facile è comprendere”. Purtroppo anche tra chi crede nel Maestro Gesù, che insegnò a porgere l’altra guancia e ad amare i propri nemici, affiora tristemente la tentazione diabolica di ridurre l’identità cristiana ad una fazione politica macchiandosi dello stesso disprezzo imputato all’avversario. Papa Francesco ci ammonisce: “Si potrebbe dire che tutto il male operato nel mondo si riassume in questo: il disprezzo per la vita”. La soluzione alla deriva del disprezzo esiste ed è il confronto costruttivo che può nascere soltanto dall’esercizio costante su sé stessi, riscoprendo l’importanza di valori fondamentali quali l’umiltà, l’empatia, la serenità. Per ribellarsi al contemporaneo scadimento del tessuto morale e al deterioramento delle relazioni interpersonali, è in gestazione una reazione spontanea in grado di orientare le coscienze a non aderire al conformismo mediocre del relativismo etico. Ai credenti, però, è richiesta una visione integralmente umana e profeticamente controcorrente sulle orme di coraggiosi e originali testimoni del Vangelo come Ildefonso Schuster, Jacques Maritan, Madre Teresa di Calcutta e don Oreste Benzi. Ripartire dai modelli di santità può sembrare ai cinici una prospettiva astratta, assurda, consolatoria, fuori dei tempi odierni, mentre è la più realistica condizione in grado di predisporci alla sorprendente creatività dello Spirito Santo.

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