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11:09 am - mercoledì marzo 20, 2019

L’uomo non è la sua colpa: la Comunità Educante con i Carcerati

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Uomini che picchiano le donne, mogli e madri che non denunciano il compagno violento.

Due facce drammaticamente correlate della stessa medaglia. Molte, troppe volte infatti, le vittime non chiedono aiuto; vuoi per paura, vuoi per una concezione errata della vita di coppia, secondo cui “i panni sporchi si lavano in famiglia”.

Eppure l’omertà – non solo della vittima, ma anche dei tanti che sanno ma non parlano – non permette di bloccare l’escalation della rabbia. Amori malati che, come ci ricordano le cronache nere quasi tutti i giorni, possono sfociare in un omicidio. Ma non si parli di raptus inaspettato. Quasi sempre, infatti, si tratta di una tragedia annunciata, dove nessuno è intervenuto in modo efficace.

Eppure esistono programmi e percorsi proprio indirizzati agli uomini violenti, con lo scopo di aiutarli a prendere atto del male compiuto e spezzare le catene della sofferenza. Uno di questi è rivolto alle persone che stanno scontando la detenzione in carcere per violenza domestica. In Terris ha intervistato Giorgio Pieri, referente del progetto Comunità Educante con i Carcerati (Cec) della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi.

In cosa consiste il Cec?
“La nostra proposta educativa parte dal fatto che un detenuto per essere educato deve essere inserito all’interno di un percorso comunitario. Educante vuol dire tirare fuori gli elementi positivi che sono presenti in ogni persona. Il percorso Cec non è fatto per i carcerati, ma con i carcerati, quindi loro si devono impegnare in prima persona ad essere protagonisti”.

Come siete organizzati?
“La comunità è costituita da operatori (come me) da volontari (persone del territorio che gratuitamente vengono ad abitare queste case per 2-3 ore a settimana minimo, i volontari vengono anche formati) e dai recuperandi, i detenuti che hanno scelto questo percorso educativo e che si propongono per essere aiuto per gli altri. Poi le figure professionali sono gli psicologi e / o gli psichiatri che condividono il nostro approccio. Si crea quindi una sinergia tra tutti i soggetti coinvolti. Questo è un elemento molto importante perché andare dallo psicologo individualmente ha un valore, ma andarci all’interno di un percorso comunitario mette in maggior evidenza problemi, paure e così via. Inoltre c’è una collaborazione – pur mantenendo il segreto professionale – tra lo psicologo e l’operatore”.

Come è sviluppato il percorso?
“C’è una formazione umana fatta di incontri sia di gruppo sia personali, attività professionali dentro e fuori la struttura e una formazione religiosa. All’interno del percorso guardiamo i valori che orientano tali persone e – se si può dire – ribaltare la piramide valoriale con un confronto della parola di Dio. Noi non chiediamo la conversione alla fede cattolica a chi per esempio è musulmano o al cristianesimo per chi è ateo. Ma chiediamo un confronto con gli stimoli che dà la parola di Dio. Devo confidare che questa è la parte più bella e profonda del percorso, perché la parola di Dio è in grado di penetrare nell’intimo dell’essere umano. Si crea in definitiva un ambiente stimolante per fare una revisione approfondita della propria vita”.

Ci sono molti casi di recidive?
“In questi 10 anni, da quando nel 2008 è iniziato questo tipo di percorso, la recidiva di chi ha fatto il nostro percorso si è attestata sul 15%, contro l’80% di chi non ha fatto nulla oltre il carcere”.

Quanto costa al cittadino il Cec?
“Nulla. Noi infatti lavoriamo a costo zero per lo Stato. I 250 cinquanta detenuto ed ex detenuti presenti ad oggi, sono tutti a carico della Comunità Papa Giovanni XXIII che offre un servizio completo che impiega anche diverse figure professionali. Se ci fossero le risorse, potremmo fare molto di più. Noi ci mettiamo la vita”.

Come funziona il fine-pena?
“I ragazzi iniziano a lavorare già nella parte finale della pena: come cameriere, contadino, in agriturismi etc. Prendono uno stipendio regolare a norma di legge e questo serve sia per dare loro fiducia sia per farli reinserire nella comunità sociale in modo proficuo. La Papa Giovanni non vede il fine pena, ma la fine di un percorso; non guarda le carte processuali, ma guarda l’uomo. Ad oggi non c’è stata una persona alla quale non siamo riusciti a dare un aiuto completo, anche lavorativo e abitativo”.

Passiamo ai casi specifici. Massimo, 10 anni di carcere per l’omicidio della moglie, ha scontato l’ultimo anno e mezzo nella Papa Giovanni e ora lavorerà per i prossimi tre mesi, fino al fine pena, come cameriere. Il suo percorso Cec ha riguardato anche la rappacificazione con suo figlio, rimasto senza la mamma a 8 anni?
“Sì. Uno dei principi cardine del progetto Cec è la pacificazione con le famiglie: non si può pensare a un vero recupero se non c’è questo. Perciò dentro le nostre strutture organizziamo settimanalmente percorsi di perdono. Massimo, per esempio, ha avuto occasione di poter riparlare per la prima volta col figlio dopo 10 anni. Quello che al tempo della tragedia era un bambino, ora ha 18 anni e la prima cosa che ha chiesto al padre è stato: ‘perché babbo lo hai fatto?’ Quello della pacificazione è un percorso che richiede tempo e Massimo deve mettere in conto anche questo: i tempi di un figlio che fa fatica a perdonare il padre. Il fatto però che il ragazzo abbia accettato di parlare col papà, che dice di amarlo e di tenerci a lui, è già un fatto positivo”.

Conosci anche casi meno drammatici di quello di Massimo?
“Sì. In questo momento seguo 5 persone con un reato legato a violenze domestiche. Per esempio Giovanni era in carcere perché picchiava la moglie. Ma lui, una volta iniziato il cammino, inizialmente sminuiva l’accaduto, dicendo di averle dato solo uno schiaffetto. In realtà, da oltre un anno la picchiava anche davanti ai figli e poi diceva che non era niente. E la moglie lo ‘perdonava” e gli dava l’opportunità di ricominciare. Ma lui sminuiva tanto le sue azioni che poi continuava a ripeterle, perché dal suo punto di vista non erano gravi, nonostante la moglie sia finita al pronto soccorso più di una volta”.

E come giustificava ai sanitari le ferite?
“Dicendo di essere caduta. Fino a quando, dopo una lite particolarmente violenta, grazie al sostegno di un’amica ha sporto denuncia. Da quel gesto coraggioso, è iniziata la sua rinascita, quella dei figli e anche quella del marito che, dopo un periodo di carcere, è entrato nel progetto Cec”.

Lui è cambiato?
“Moltissimo. Dopo alcuni mesi, ha capito che lui durante l’infanzia aveva vissuto lo stesso tipo di trauma nella propria famiglia d’origine. Suo padre infatti picchiava la madre, era molto violento con questa donna che ha subito in silenzio per anni le percosse in silenzio tra le mura domestiche. Questa è stata la condizione preparatoria perché Giovanni ripercorresse la stessa strada. Lui stesso diceva di sé, da ragazzo: ‘Io non farò mai queste cose a mia moglie’. Invece poi ha ‘amato’ (si fa per dire) la moglie come il padre sua madre. Un amore malsano”.

Pensi che se la mamma avesse denunciato quelle violenza nei confronti del padre di Giovanni, qualcosa sarebbe cambiato?
“Sarebbe scertamente cambiato in meglio, perchè avrebbe spezzato la catena della violenza”.

Ne hai la prova?
“Sì. Lo stesso Giovanni, a un certo punto del suo percorso, ha detto al proprio figlio: ‘La mamma ha fatto bene a denunciarmi altrimenti questa catena non si sarebbe mai spezzata’. E il figlio il giorno dopo in classe ha scritto su un tema scolastico: ‘La mia mamma ha permesso a mio padre di rompere la catena del male. Altrimenti noi figli avremmo potuto fare gli errori di nostro padre e di nostro e nonno’.

Cosa è accaduto in Giovanni di così determinante da farlo cambiare?
“Ha avuto una presa di coscienza profonda del proprio problema, anche grazie al percorso Cec. E’ successo un episodio. Lo scorso anni i figli hanno subito molto il padre perché lui ha picchiato la madre con violenza davanti a loro più di una volta. In uno di questi episodi, in preda alla collera, ha anche rotto con un calcio un vetro di una porta. A distanza di un anno, uno dei figli ha litigato con la madre e in un momento di rabbia ha rispaccato quello stesso vetro. Poi è andato a nascondersi in camera e tra le lacrime ha iniziato a dire ‘sono un mostro, sono come mio padre’. La sera stessa, la madre ha raccontato l’episodio al marito. Questo ha permesso loro di prendere coscienza dei danni che stavano infliggendo ai propri figli continuando a sottovalutare gli episodi di violenza domestica. Quel giorno Gustavo ha parlato per più di un’ora con i figli aprendo loro il proprio cuore raccontando la propria storia, ma dicendo: ‘non voglio giustificarmi, voglio solo spiegarmi; non voglio far la vittima, voglio prendermi la responsabilità delle mie colpe. Vi racconto la mia storia per farvi capire affinché a voi non succeda lo stesso'”.

In definitiva, affinché il recupero sia completo, è importante non solo che il soggetto violento faccia un percorso personalizzato, ma anche che le vittime (mogli, fidanzate, conviventi, figli, nonni e chiunque subisca questa situazione) prendano il coraggio di denunciare mettendo uno stop alle azioni violenze. Il silenzio, la connivenza o comunque il sopportare o il ‘perdonare’ a oltranza non è di aiuto per nessuno.
“Proprio no, anche perché quello non è vero perdono, è spesso paura, vergogna o incapacità di affrontare le situazioni. Il perdono necessita della consapevolezza dell’aver commesso un errore: ‘io ti perdono se davvero hai preso cognizione di tutto il male compiuto e non lo ripeti più’. Per arrivare a questo, ci vuole un cammino serio. Un amore malato infatti può arrivare anche a far commettere un omicidio”.

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