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9:39 pm - martedì febbraio 19, 2019

Altro che Sanremo, ecco la musica pericolosa

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“Rape me” è una delle canzoni più note dei Nirvana, gruppo portabandiere (in coabitazione con i Pearl Jam) del filone di Seattle del grunge, genere musicale che spopolò a inizio anni 90.

Ma il ritmo coinvolgente di un rock sporco – che invita a fare su e giù con la testa, battendo i piedi a ritmo, e a lanciarsi spalla contro spalla con il vicino sconosciuto col quale si ascolta la perfomance – non cancella il significato del ritornello: letteralmente “stuprami, stuprami, amico mio, non sono l’unica”.

Il problema
Un testo crudo, poco adatto a un pubblico adolescenziale. Ne sa qualcosa il rapper Fedez, che durante una delle ultime edizioni di XFactor ne assegnò l’esecuzione al giovanissimo duo campano Urban Strangers. Troppo piccoli, dissero a mo’ di rimprovero gli altri giudici, per affrontare un tema drammatico come quello della violenza sessuale, oltretutto raccontata in prima persona. Ma il problema degli argomenti borderline trattati nei testi musicali travalica i confini del grunge e del rock, riguardando, oggi come non mai, soprattutto la musica pop, la più seguita dalle nuove generazioni. Se ne parla in video postato su Youtube e portato all’attenzione di In Terris. Il titolo è emblematico: “We killed the music”, “Abbiamo ucciso la musica”. L’autore, un cantante indipendente, rivolge un accorato appello ai genitori, affinché esercitino un maggiore controllo nei confronti dei contenuti visionati dai figli sul web. La voracità delle case discografiche ha, infatti, commercializzato, rendendola potenzialmente appetibile, la trasgressione come stile di vita.

Il video-appello

Trasgressione
Le immagini – sempre più preponderanti in ambito musicale – fanno il resto. Silhouette seminude che si muovono – agevolando l’oggettificazione del corpo femminile – frequenti richiami al sesso, alla droga e al denaro. Il tutto, denuncia la clip, senza alcun parental control o avviso che sconsigli la visione a un pubblico non adulto. Anzi, spiega ancora l’autore, spesso è la stessa piattaforma web (Youtube o altri) a inserire un particolare video fra i suggerimenti all’utente. Il risultato? Una colossale sovraesposizione di messaggi sbagliati. I numeri sono lì a dimostrarlo: una delle clip più sessualmente esplicita (“Can’t remember” di Shakira e Rihanna) ha raggiunto oltre 937 milioni di visualizzazioni, quasi un sesto della popolazione mondiale. E parliamo solo di un caso.

Decadenza
Il tema si ricollega a quello del “generale decadimento del pop”, sottolinea Maurizio Cherubini, proprietario dell’omonimo atelier musicale e insegnante presso la Scuola Pontificia Pio IX. “Sulla scia del video-appello più di qualcuno si è mosso, svolgendo ricerche sulla qualità della musica ascoltata dai nostri ragazzi, con risultati molto interessanti riguardo la decadenza del pop” dice a In Terris. Al tema Cherubini ha dedicato delle lezioni prima del Festival di Sanremo. “Tecnicamente, per valutare una canzone, dobbiamo basarci su tre elementi – spiega – il suono, la qualità armonica e la potenza in termini di decibel”. Sotto il primo aspetto “negli ultimi decenni si è registrato un impoverimento terrificante”. Lontani sono i tempi in cui i Beatles “entrarono in sala d’incisione con 45 professori d’orchestra allo scopo di ottenere un determinato suono grazie all’ausilio di strumenti veri”. Al giorno d’oggi, invece, “ci sono produzioni in cui una sola persona con una drum machine, con un arranger, fa tutto. I risultati sono evidenti…”. Quanto all’armonia “nessuno prova più cose nuove: le produzioni costano e i flop rischiano di far perdere quanto si è investito. Per cui le case discografiche preferiscono andare sul sicuro, scegliendo formule vincenti, basate sulla ripetizione degli stessi accordi”. Sul fronte della potenza, infine, il parametro preso in considerazione è quello degli “stacchi pubblicitari, che hanno un numero di decibel superiore rispetto al resto della programmazione”. Ecco, ogni produzione cerca di aumentare la potenza dei propri pezzi “comprimendo la traccia registrata sino al limite della distorsione. Ciò fa perdere di vista i dettagli. Diventa più un rumore che una musica vera e propria”. A ciò va aggiunto che “l’80/90% delle produzioni in lingua inglese sono realizzate da due persone, sia pur con diversi pseudonimi. La mano che scrive, insomma, è quasi sempre la stessa”. Una decadenza, secondo Cherubini, emersa anche durante l’ultimo Festival di Sanremo, che ha fatto emergere “la realtà sconcertante di quello che ascoltano i nostri ragazzi, lo dimostrano le canzoni più votate da casa, molto lontane dagli standard di qualità”.

Messaggi pericolosi
C’è poi l’aspetto dei modelli negativi trasmessi, che rappresenta il cuore del video-appello. Proprio durante la kermesse ligure è scoppiata la polemica per il brano di Achille Lauro “Rolls Royce”, che secondo “Striscia la Notizia” sarebbe un altro modo per definire l’ecstasy. Il rapper ha smentito, dicendosi contrario alle droghe. Ma la querelle ha comunque sollevato la questione dei messaggi (subliminali e non) che promanano da alcune canzoni. “Vediamo questi giovani poco più che adolescenti – osserva Cherubini – completamente tatuati e con valori molto bassi che cantano di droga, alcol e sesso, trasformarsi in un modello per i nostri figli”. E dunque diventa centrale il ruolo degli educatori, sia pur tra mille difficoltà. “I giovani hanno bisogno di qualcosa in cui indentificarsi – racconta – ai loro occhi sei una specie di dinosauro e anche quando dici qualcosa che sai essere giusta rischi di non essere accettato”. La sfida è, dunque, quella di “prenderli per mano, facendogli svolgere le giuste considerazioni nella valutazione dei singoli brani”. Un processo lungo, nel quale il successo non è assicurato. “Una volta – prosegue – ho fatto un esperimento in classe, ho detto: ‘Immaginate di non essere a scuola e scrivete cosa vorreste ascoltare in questo momento’. Le proposte qualitative sono state davvero poche. La maggior parte seguiva la massa”. Del resto, conclude amaro, “se l’offerta è questa, cosa ti vuoi aspettare…”.

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